La tentazione è forte in questa società, ma non abbandoniamo la barca

di Marco Lodoli

“Resistere è tutto”, scrive in una delle Elegie duinesi Rainer Maria Rilke: resistere all’urto della vita, alle offese, alle emozioni, ai rovesci della fortuna, ma resistere anche al successo, all’esaltazione, alla standing ovation. Resistere alla ruota che gira, che innalza e precipita, alla giostra che stordisce. Questo pensavo leggendo dei tanti ritiri dalla vita, delle tragedie di chi si uccide perché non sa come andare avanti come delle confessioni di chi non regge più il peso di una responsabilità, lo stress di un impegno apparentemente felice.


“I can’t go on, I’ll go on”, così, paradossalmente, scriveva Beckett nel suo Malone. Ascoltavo Guidolin la sera in cui l’Udinese ha raggiunto il terzo posto: un uomo distrutto che si augurava solo di poter mollare il calcio per un anno, per due, per un tempo indefinito. Oppure Stoner, il ragazzo prodigio delle corse in moto, che già annuncia il suo ritiro per disgusto e delusione. La vita è faticosa persino per chi la cavalca vittoriosamente, per chi viaggia in prima classe.


Anche il Papa di Moretti non sembrava avere alcuna voglia di fare la sua parte, preferiva retrocedere, sparire. E’ la stagione delle rinunce, Pepe Guardiola se ne va e se ne va Reja, anche i baciati dal denaro e dalla gloria gridano “fermate il mondo, voglio scendere!” Evidentemente loro non si rendono conto dei privilegi, scrollano la testa e abbandonano. Con centomila ragioni in più, i bastonati, gli infelici, i derelitti vorrebbero alzare bandiera bianca. Non è una novità, Celestino V fece il gran rifiuto molti secoli orsono, però oggi mi pare che questa predisposizione a mollare si stia diffondendo rapidamente, pericolosamente.


“Mio padre guida l’autobus da vent’anni - mi diceva uno studente - si prende ogni giorno un carico di insulti da passeggeri matti, respira aria puzzolente, va avanti e indietro sempre per le stesse strade e guadagna poco: però mi ripete sempre che bisogna reggere, che bisogna anche ridere di questa cosa strana che è la vita, altrimenti tutto diventa nero". Sì, bisogna reggere, e non solo perché la nottata ha da finì, ma perché anche nella nottata si può imparare tanto su se stessi e sul mondo, perché la trincea può essere un luogo dove si concentra la vita.


Insomma, la tentazione è forte, questa società, questo mondo, meriterebbero di essere abbandonati, perché l’ingiustizia è troppa, perché il dolore a volte sembra insopportabile. Ma io credo che sia bene resistere sempre e comunque, fino a quando non sarà la vita a darci la spallata che ci butta fuori. “Non posso andare avanti, andrò avanti”: Beckett insegna.   

21 maggio 2012
 
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