Moccia va rispettato: si è preso con responsabilità la sua gatta da pelare

di Marco Lodoli

Capisco che è facile fare dell’ironia sull’elezione di Federico Moccia a sindaco di Roseto, piccolissimo comune dell’Abruzzo, trecento anime appena: è una di quelle notizie che sembrano fatte apposta per scatenare goliardia mista a risentimento, battutacce spiritose ma anche taglienti, considerazioni buffe e acide. Però non sono d’accordo, anzi trovo che l’autore dei passeggiatissimi tre metri sopra al cielo si è preso con responsabilità la sua piccola gatta da pelare, ha deciso di dare il suo contributo, in questo momento di difficoltà e di fuga dagli impegni, per provare a sollevare la vita di quel paesetto di almeno tre centimetri.


Si parla spesso di impegno civile degli intellettuali, di torri d’avorio che vanno demolite, di un hortus conclusus che va spalancato, ma il più delle volte scrittori, filosofi e artisti si sentono più combattivi e nobili solo perché hanno firmato una petizione a favore di un popolo lontano e oppresso, o per la pace del mondo, o per il diritto al lavoro di gente che si badano bene da incrociare nella vita di tutti i giorni. Una firma e l’anima è salva, un’intervista a qualche giornale e a qualche televisione e lo scrittore diventa subito un Don Chisciotte schierato accanto agli umiliati e offesi. Comodo cavarsela così. Ricordo ancora un film di tantissimi anni fa - “Lettera aperta a un giornale della sera”, se la memoria non mi inganna - in cui un gruppo di intellettuali arrabbiati si offriva per andare in Vietnam a combattere l’imperialismo americano: sciaguratamente la loro offerta veniva accettata, di colpo gli eroici indignati rischiavano di abbandonare le loro confortevoli scrivanie per essere precipitati nel mezzo di un conflitto reale.


Crisi, ripensamenti, tentativi grotteschi di fare marcia indietro, terrore puro che le bellicose chiacchiere divenissero realtà. Purtroppo funziona ancora così. Un’adesione non costa nulla, in breve si allunga la fila delle firme battagliere, si entra confortevolmente nel club dei buoni, dei giusti, degli impavidi. Si dimostra in un battibaleno che l’artista non dimentica il mondo della sofferenza, che gli sta sempre a cuore la sorte dei diseredati. Poi va a cena con gli amici e pensa ad altro, al vino da scegliere, al libro che vincerà lo Strega, alla recensione del critico amico o nemico. Per questo apprezzo il gesto modesto e concreto di Moccia, sempre che poi all’elezione segua la quotidiana fatica per raddrizzare le cose storte. Del resto anch’io mi sono presentato alle elezioni nel piccolo comune di Nemi, vicino Roma. La mia lista ha perso, io ho preso undici voti.  

14 maggio 2012
 
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