Fenici, etruschi, cartaginesi hanno brillato e sono scomparsi: anche noi italiani siamo giunti al capolinea?

di Marco Lodoli

Gabriele, uno degli studenti più sensibili, un ragazzo che ragiona e a volte si preoccupa anche troppo per il futuro, a ricreazione mi si avvicina e mi fa questo discorso: “Professore, ma gli Hittiti, che fine hanno fatto? E i Fenici, gli Etruschi, i Cartaginesi, i Medi, e tanti altri popoli dell’antichità? Hanno avuto la loro parabola, giusto?, da poco che erano sono diventati tanto, i loro villaggi sono diventati città, si sono espansi, hanno conquistato terre, e poi è iniziato il declino, cinquant’anni, cento anni, duecento anni di tramonto, hanno perso battaglie e guerre, si sono ridimensionati, sono arretrati, e alla fine sono scomparsi. Più o meno è andata così, vero professore? Erano potenti, poi erano impotenti, e poi si sono arresi al flusso della Storia che li ha sommersi. Ogni popolo a modo suo, ognuno per cause e ragioni diverse, però la sostanza è questa: chi dominava è stato dominato, chi trionfava è finito nella polvere, è diventato polvere, un capitolo del libro di Storia.


Il tempo è generoso e crudele, sviluppa e poi castiga, tutto procede obbedendo alla legge dell’energia. Quando l’energia è abbondante, il popolo cresce, quando declina non c’è più niente da fare, non si può trasfondere energia in un vecchio o in un popolo arrivato nei pressi del capolinea. Lo dice anche quella poesia di Leopardi che abbiamo letto in classe: “Or dov’è il suono/ di quei popoli antichi? Or dov’è il grido/ de’ nostri avi famosi, e il grande impero/ di quella Roma, e l’armi, e il fragorio/ che n’andò per la terra e l’oceano?/ Tutto è pace e silenzio, e tutto posa/ il mondo, e più di lor non si ragiona.


” E allora, professore, la grande domanda è questa: forse anche noi italiani siamo giunti verso la fine del nostro ciclo? Forse non abbiamo più la forza per immaginare un futuro, e nemmeno la crudeltà che serve per realizzarlo, ci siamo seduti su un divano a dondolo, ci siamo viziati, ci siamo indeboliti quasi senza accorgercene e ora non siamo più in grado di reagire alla sfida del tempo. Arretriamo e gli altri avanzano. Non facciamo più figli, non sappiamo più soffrire, non abbiamo più illusioni e pensieri potenti, ci trasciniamo nella rassegnazione, che è l’anticamera del crollo. Magari mi sbaglio, professore, magari siamo ancora pronti a reagire, a combattere, magari ci basta un sussulto di paura per rimetterci in movimento, ma certo la mia impressione è che l’arco si stia compiendo. Lei che ne dice, professore? Tra cento anni esisteremo ancora oppure tutto sarà cambiato, e noi saremo solo i rimasugli di un passato illustre e defunto?"


"Tra cento anni si parlerà degli italiani nei libri di Storia, come dei Fenici e degli Etruschi, altri studieranno la nostra cultura straordinaria, quello che ha insegnato al mondi intero e poi come si è spenta, come una candela che illumina e poi si scioglie e si spegne perché la cera è finita? Lei che ne pensa, professore, sono troppo pessimista oppure la verità è questa e non c’è niente da fare, quando la spinta vitale si offusca nulla può farla risorgere?”

30 aprile 2012
 
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