Nascere, vivere, morire: niente oppure cosa? La nostra vita ha un senso?

di Marco Lodoli

Il primo giorno di scuola il tredicenne Pierre Anthon decide di salire su un albero di susine e di proclamare l’assoluta insensatezza della vita: “Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso”. Così parte “Niente”, il breve romanzo scritto dalla danese Janne Teller e censurato in molti paesi europei, proprio perché il suo nichilismo rischia di agire come peste psichica nella mente di giovani lettori. Sia subito chiaro: non è certo un capolavoro, però le prime sessanta/settanta pagine sono veramente indimenticabili.


La Teller ha avuto il coraggio di porre l’unica vera questione della vita, quella che segretamente muove tutti i romanzi e tutte le nostre storie, che a volte piega verso la depressione e a volte impenna verso l’euforia. La questione che ogni adolescente sente come ineludibile e che ogni adulto dimentica fino alle soglie del trapasso. “E’ tutto inutile – gridò un giorno Pierre Anthon – perché tutto comincia solo per finire. Nel momento in cui siete nati avete cominciato a morire. Ed è così per tutto!”.


Si nasce per fare cosa, per diventare cosa, per imparare cosa? questo è il succo della faccenda, questa è la scandalosa domanda che ogni ragazzino pone ai suoi genitori, e a se stesso, e al mondo. Studierò, lavorerò, mi farò una posizione, invecchierò, scomparirò: e tutto questo che senso ha? Immagino che tutti quanti hanno passato questo momento, una sorta di Notte Oscura in cui il domani pare tanto lontano quanto inutile. Contro la tracotanza nientificatrice del tredicenne si muovono i suoi compagni di classe.


Il loro obiettivo è quello di creare “la catasta del significato”, ossia di contrapporre al nulla beato di Pierre tanti buoni motivi per cui vivere, soffrire, amare. E qui il romanzo prende una piega originale e terrificante, perché a ogni ragazzino viene chiesto di accumulare sulla tragica torre quanto ha di più caro: si parte con un paio di sandali verdi e si arriva all’amputazione di un dito. Siamo nella favola nera, ma anche nell’apologo filosofico, e mentre leggiamo anche noi siamo costretti a individuare i nostri motivi più sacri, le cose importanti che possiamo sbattere in faccia al Nulla. Purtroppo alla fine il romanzetto sbraca, arrivano le televisioni, le gallerie d’arte di New York, gli opinionisti dei giornali e questa piccola vicenda perde la sua compattezza dolorosa.


Però il tema è estremamente interessante, è la vite che regge tutta l’impalcatura dell’esistenza. Come nel caso del Re Nudo, è un’anima pura, un bambino-adolescente ad avere il coraggio di pronunciare la frase più vera e più atroce: perché viviamo, perché corriamo come pazzi, perché crediamo che la nostra vita abbia un senso? Probabilmente il piccolo Pierre si sbaglia, il suo nichilismo è troppo facile, troppo capriccioso, ma noi adulti cosa possiamo opporgli? E’ un bel tema, è la scommessa della vita.  

06 aprile 2012
 
Diventa fan di Tiscali su Facebook
 
 
  

Segui Tiscali su:

© Tiscali Italia S.p.A. 2014  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali