I giovani italiani e la crisi del pensiero logico e analogico

di Marco Lodoli

L’ennesimo resoconto sulle malefatte linguistiche dei giovani italiani non mi coglie di sorpresa: da tanto so che i nostri ragazzi scrivono male, e anche quelli che arrivano a sostenere l’esame di maturità spesso presentano un tema pieno di strafalcioni. Ma più che l’errore spicciolo, quello che colpisce è la crisi del pensiero logico e analogico. Sembra perduta la capacità di effettuare un passaggio tra il prima e il poi, tra la causa e l’effetto, tra una affermazione e una dimostrazione, tra una teoria e un esempio. Si è dissolta quella predisposizione mentale che ci permette di risolvere un rebus, di giocare a dama, di spiegarci, di motivare le nostre scelte, di razionalizzare le nostre spinte oscure, di raccontare la nostra vita: al caos opponevamo l’ordine della sintassi, l’angoscia dell’informe veniva dominata dal pensiero prospettico, quello che sa distendere gli eventi esterni e interni sul foglio pulito del linguaggio.

Questa attitudine, che ci deriva dal mondo classico, da Cicerone, Seneca, Lucrezio, dagli storici e dai filosofi, è completamente cancellata. Ci sentivamo adulti quando riuscivamo, a scuola, a tavola, al bar, a difendere le nostre posizioni, a incanalare certi flussi istintivi nelle tubature del ragionamento. Io credo che sia così, e ora ti spiego perché, e ti porto delle prove, incastro dei riferimenti, connetto, lego, definisco. Il possesso della lingua ci permetteva di domare il toro nero della paura, di sellare il mustang dell’irruenza, di correre liberi e sicuri nei campi della maturità. Una generazione intera è andata avanti nella misura in cui, quantunque, sebbene, pertanto, mettendo tra parentesi, sottolineando, e difatti e nonostante, trascinando una catena spesso pesantissima fatta di subordinate, di congiuntivi e condizionali. Ogni ragazzo voleva dimostrare la sua intelligenza, spesso scimmiottando i discorsoni dei grandi.

Ora tutto è cambiato, proprio a livello mentale: i ragazzi pensano la vita in un altro modo. Non come progressione ma come simultaneità, non come sviluppo ma come compresenza. Le parole non creano un percorso, non si appoggiano le une alle altre nella costruzione di un edificio, sono ghiaia, brecciolino, briciole sparse. Non si impastano, si giustappongono. Non raccontano una storia che va da lì a qui, illuminano attimi, saltellano da un momento all’altro, beccano dove capita, quello che capita. Insomma: i nostri ragazzi non scrivono male perché sono delle zappe. Scrivono male perché pensano diversamente, in un modo che non è più quello tradizionale. Le loro parole sono miccette, non mattoni. Il mondo che abitano e vogliono descrivere è troppo complicato e contraddittorio per poterlo mettere in una scatola di parole ortogonali. Il mondo si è scollato, i frammenti si moltiplicano, l’esperienza si frantuma, la vita si precarizza, dunque la lingua non può più seguire le antiche regole, un ordine che non c’è più. Il mondo è un puzzle fatto di milioni di pezzi sbagliati, e altri se ne aggiungono ogni giorno: la lingua non ce la fa a tenere la stanza in ordine, balla e zoppica nel caos.  

19 marzo 2012
 
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