La neve cade inesorabile ricordandoci la fragilità umana

di Marco Lodoli

“Certo ci vuole poco perché le cose vadano male, basta una nevicata per farci sentire in pericolo”: così mi ha detto uno studente, ed è come se avesse compreso una verità profonda, che per vent’anni è rimasta sepolta sotto una finzione abbagliante. Ci siamo sentiti forti, invulnerabili, votati al successo, alle piscine, allo show, per tanto tempo siamo vissuti nell’illusione che la vita fosse una lotteria di soli biglietti vincenti.


Come sarai domani? “Ricca e famosa”, mi aveva risposto due o tre anni fa una ragazza spiritosa, e intendeva dire sarò quello che sperano di diventare tutti, perché questo è quanto ci è stato insegnato dalla invisibile ma potentissima pedagogia sociale che mi ha allevato. Ora è arrivata la crisi economica, e poi la neve che paralizza un paese intero, che spaventa: d’accordo, le cose potevano essere gestite meglio, gli evasori colpiti, gli spalaneve attivi, potevamo difenderci con maggiore accortezza, ma la sostanza non cambia.


La vita è sempre in bilico, la fragilità è l’essenza dei nostri giorni, è la base ontologica dell’esistenza umana. Solo partendo da questa verità possiamo rimettere in un giusto ordine emozioni e pensieri. Solo se ci sentiamo foglie attaccate debolmente al ramo possiamo amare le altre foglie e il vento che ci passa sopra.


L’onnipotenza è arroganza, stupidità, miopia. La neve cade e silenziosamente ci riporta alla lezione leopardiana della ginestra. Viviamo sulle pendici di un vulcano, e questo non deve ripiegarci nella paura o in un sentimento di miseria assoluta: anzi, proprio perché impermanenti possiamo sentire la bellezza della vita e gli altri come fratelli. La neve non è caduta per niente: ci ricorda la nostra condizione umana, ci spoglia da ogni ridicola superbia, ci insegna che la vita corre sul bordo.


Oggi vi voglio proporre una bella poesia di Betocchi, che ha qualcosa di importante da dirci proprio sulla nostra meravigliosa fragilità.


 Guarda questi begli anemoni colti


L’altra sera ai colli di Settignano,


alcuni viola, altri più chiari, erano


mezzi moribondi, così sepolti


 


quasi, fra le tue mani, quasi emigrati


di là, tra le cose che si ricordano,


e invece, vedili, come pian piano


si sono ripresi nell’acqua, esaltati


 


da una mite speranza di rivivere


si ricolorano su dal corrotto


gambo che la tua forbice recise;


 


fan come noi, si parlano nel folto


della lor famigliola, e paion dire


molto del breve tempo, molto, molto.

13 febbraio 2012
 
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