Vittimismo: quella strada troppo facile percorsa spesso da studenti e insegnanti

di Marco Lodoli

Aiutare i ragazzi a combattere la tentazione del vittimismo: questo è un impegno che ogni insegnante deve tenere sempre presente. Il guaio è che spesso anche gli insegnanti si lasciano andare a geremiadi e lamentazioni varie, in un piagnisteo che rischia di contagiare anche i ragazzi. Il mondo è infame, vanno avanti solo i raccomandati, i migliori vengono dimenticati, non c’è un soldo, non c’è speranza per i buoni, per i volenterosi, per le anime belle: queste frasi sono macigni che schiacciano chi le pronuncia, scatole dalle quali si potrebbe non uscire più.


Sono tutte affermazione vere: il mondo funziona proprio così, troppo spesso si fatica e ci si sacrifica senza ottenere risultati, e l’amarezza cresce, il senso di sconfitta monta, la visione di una realtà divisa tra pochi fortunati e tanti sfortunati si cristallizza nella mente. Il vittimismo sarebbe pienamente giustificato: ma guai a chi ci si lascia andare, guai a chi si crogiola e si consola in un sentimento così pericoloso.


Ogni giorno a scuola ascolto l’indignazione dei ragazzi, che è sacrosanta, condivisibile, che può essere la scintilla per muovere la propria esistenza. Ma devo arginare il sentimento dell’ineluttabilità, quel senso di impotenza che porta alla rinuncia definitiva. “Non c’è niente da fare, mi posso impegnare al massimo e comunque non ce la farò mai. Mio fartello è laureato e disoccupato. Mio cugino ha la specializzazione e non batte un chiodo. E intanto il figlio dell’avvocato ha il posto sicuro, il figlio caprone del politico ha la strada aperta…” e il vittimismo dilaga, perché ogni obiezione sembra complicità con l’ingiustizia.


Eppure l’insegnante deve necessariamente trasmettere ai propri allievi un messaggio vitale. Non deve mentire, non può fingere che la vita sia rose e fiori, il luogo dove il bene è premiato e il male è punito: i ragazzi non ci credono più a queste frottole. Deve essere sincero. La vita è dura, ma è sempre stata dura, a volte è stata anche più feroce e spietata di oggi. Anche la natura è feroce, il grande divora il piccolo e il piccolo divora il più piccolo. Non bisogna illudersi di essere capitati nel giardino delle delizie: siamo nella vita, cioè in un caos spesso doloroso. Ma non possiamo dire di no alla vita, la cultura classica ma anche Nietzsche ci invitano all’amor fati, cioè ad amare il nostro destino, qualunque esso sia.


Ogni forma di vittimismo corrisponde a un calo di energia, a una dismissione, a uno scivolamento nel nulla. Anche se la vita a volte fa schifo, noi dobbiamo starci dentro: vi consiglio di leggere il diario che Hetty Hillesum scrisse in un campo di concentramento nazista, pagine che stravolgono ogni pigra abitudine mentale. Si deve amare la vita proprio perché la vita è tragica. L’ottimista sciocco è sempre deluso e scivola rapidamente nel vittimismo quando le cose non vanno come aveva sognato; il pessimista invece ama ogni barlume di luce, ogni pagliuzza che brilla nel fango, ogni frammento d’azzurro. Dobbiamo insistere fino alla fine: questo cerco di spiegare ai miei alunni. Avere ragione e tirarsi fuori non serve a niente, peggio: è un affronto alla propria esistenza.
Per concludere vi voglio trascrivere una breve poesia di Rafael Alberti, che Endrigo trasformò in una bellissima canzone: la canto spesso quando sento soffiare lo scirocco del vittimismo.


Coltivo la rosa blanca


En julio como en enero


Para el amigo sincero


Que me da su mano franca.


Y para el cruel que me arranca


El corazon con que vivo


Cardos ni ortigas coltivo


Coltivo la rosa blanca.


 


Coltivo la rosa bianca


in luglio come in gennaio


per l’amico sincero


che mi dà la sua mano franca.


Per chi mi vuol male e mi stanca


Questo cuore con cui vivo,


cardi né ortiche coltivo,


coltivo la rosa bianca.

30 gennaio 2012
 
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