Popsophia, al VolterraTeatro l'economia della cultura e l'ecosistema festival

di Carlo Infante

C'è una bulimia dell'offerta culturale. Ce n'è troppa. Una ridondanza che inflaziona. L'estate italiana gronda di manifestazioni che addensano con palchi e impianti di amplificazione ogni angolo.


E va anche bene, dopotutto c'è un'economia che almeno gira. A proposito, nella ricerca su "L'Italia che verrà" , presentata a Treia, in tre dense giornate di convegni, dalla Fondazione Symbola  emergono dei dati decisamente interessanti. "Nel 2011, il valore aggiunto del sistema produttivo culturale ammonta a quasi 76 miliardi di euro, pari al 5,4% del totale dell'economia, frutto del lavoro di 1 milione e 390 mila occupati e con una proiezione all'estero tale da portare, nello stesso anno, ad esportare beni per oltre 38 miliardi di euro. Ma non solo: alla produzione di cultura si associa una forte tenuta occupazionale, un fenomeno ancora più evidente nell'attuale crisi economica."


E' un dato che fa riflettere: intorno a tutto ciò che definiamo cultura c'è un'economia diffusa che gioca un ruolo fondamentale nello scenario di crisi dei modelli produttivi in cui ci troviamo.


Ci sono tutte le condizioni potenziali anche se la spending review del Governo rischia di desertificare questo terreno che gode di una buona fertilità. Un segnale d'allarme arriva da Federculture  che ha denunciato, in una conferenza stampa ieri, il rischio di demolizione della rete di imprese culturali che rappresenta l'infrastruttura di un sistema che può dare risposte all'incertezza di futuro. Il modello economico di cui stiamo trattando riguarda non solo l'offerta culturale in sé ma quell'ecosistema basato sulla partecipazione attiva di cittadini che frequentando le manifestazioni fanno circolare ricchezza nei territori. In questo senso tra i tanti festival ce ne sono alcuni che non programmano concerti e spettacoli e basta ma alimentano un clima di partecipazione attiva ed evoluta.


Uno di questi e Popsophia  che a differenza di tante altre manifestazioni paludate e prevedibili, basate su palinsesti impostati da uffici del marketing editoriale e dalle solite agenzie, crea dei curiosi cortocircuiti, vitalizzando (fino al 5 agosto) un centro storico come quello di Civitanova, sottovalutato per anni. Mentre la piazza risuona dei mitici Les Tambours du Burundi che non sono percussionisti africani qualsiasi, sono quelli che hanno creato un modello di riferimento straordinario, inconfondibile, per l'ossessione percussiva, accanto in un'ex edicola di giornali c'è il nude look di una performer che andremo a seguire poi nell'auditorium San Paolo dove Valeria Paniccia presenta il suo progetto Inside Marilyn, un'altra ossessione.


Magnifiche ossessioni che alcuni filosofi (come Remo Bodei e Massimo Cacciari, tra i tanti altri) alimentano con le loro conferenze pop e filosofiche e che un popolo marchigiano e non solo, ascolta dando senso alla sua estate.


Per VolterraTeatro  il discorso è diverso, il festival si destruttura, decide di non programmare più spettacoli nel territorio ma di dare vita alla città, in un happening urbano che esalterà lo "spettacolo del territorio", con i suoi abitanti (residenti e fluttuanti) che ne diventeranno protagonisti. Autori e performer, come quelli del Balletto Civile, coordineranno le azioni basate su laboratori permanenti per far accadere sabato 28 luglio una delle esperienze più significative di questa estate italiana dei festival. Con loro ci saranno anche alcuni detenuti (quelli che avranno il permesso di lasciare il carcere di Volterra) che da anni lavorano con la Compagnia della Fortezza con esperienze sorprendenti. L'happenning si potrà seguire anche via twitter, cercando #mercuziononvuolemorire.

25 luglio 2012
 
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