Citizen journalism, l'informazione prodotta dal cittadino attivo

di Carlo Infante

Metto vicino due cose: il festival del giornalismo, appena passato a Perugia, e il tema della cittadinanza attiva che tra qualche giorno vedrà un appuntamento emblematico con i referendum in Sardegna.  A coniugare  queste tematiche c'è una parola nuova: citizen journalism. Un neologismo che tende a definire quella pratica partecipativa che sul web vede cittadini attivi impegnati a pubblicare notizie spesso connotate per la loro peculiarità locale.


Può essere una forzatura individuarlo come una nuova forma di giornalismo, anche se sono emersi veri e propri network di abili reporter (si pensi solo ad AgoraVox) che sanno bene interpretare la natura collaborativa tra le moltitudini connesse. L'evoluzione del web con il fenomeno del blogging lo ha dimostrato da tempo: a "produrre" l'informazione non sono più solo gli specialisti (giornalisti e autori) bensì quegli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l'approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza.


E' di politica e non solo di quella editoriale, che si tratta. E' di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire.
L'utente della società dell'informazione deve trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva, forma che viene ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d'informazione.

Fenomeni come il citizen journalism rappresentano l'evoluzione di queste nuove forme di produzione informativa basata sulla partecipazione attiva degli utenti, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione esponenziale offerta da internet. Non è dato sapere chi abbia coniato il termine ma nel 2004 Tom Curley, direttore dell'Associated Press, introducendo la conferenza dell'Online News Association affermò: "L'informazione come lezione sta lasciando spazio all'informazione come conversazione".


E' un'indicazione precisa che comporta il valore di scambio delle opinioni intorno ai fatti, declinandoli secondo le molteplici interpretazioni basate sui commenti, caratteristica propria del web 2.0. Emblematico l'apporto di Dan Gillmor, giornalista del quotidiano
San Jose Mercury News (California), che lo stesso anno con il libro We the media – grassroots journalism by the people for the people lancia i segnali più chiari, interpretando la mutazione radicale degli scenari.

In sostanza afferma che i cittadini, nella loro molteplicità d'opinione, possono denunciare le zone d'ombra che il giornalismo convenzionale non sembra più in grado di rilevare. Eppure è in Corea del Sud che nel 2000 nasce la prima piattaforma con questo spirito partecipativo, OhmyNews (nome tratto dal gioco di parole con "Oh my God!"). In Francia, nel 2005, nasce AgoraVox e diventa presto una delle fonti di notizie più cliccate, con un milione di utenti, aprirà in Italia nel 2008.

Anche la Rai, su RAINews24 nel 2008, con la trasmissione Salva con Nome, ideata da me con Roberto Mastroianni, ha aperto (e poi distrattamente richiusa) una finestra sul mondo web 2.0, con un blog, una pagina facebook e un canale YouTube, raccogliendo indicazioni
sull'indirizzo dei servizi. Un altro buon esempio è realizzato da Citizen Report, nata qualche anno dopo dalla progettualità pionieristica di BlogTV.

17 maggio 2012
 
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