F-35: nell’Aula della Camera ci sarà spazio anche per la concretezza dei fatti?

di Luca Marco Comellini

Nei prossimi giorni la Camera dei deputati tornerà nuovamente a discutere di questioni militari. Dalle spese sugli armamenti con particolare riferimento ai supercaccia JSF e del loro impatto sull’economia nazionale e della revisione dello strumento militare che già da qualche tempo è in atto. L’iniziale gruppo di quattro mozioni si è raddoppiato pochi giorni prima dell’inizio della discussione perché ogni partito ha voluto dire la sua per cercare di spostare “consensi “o “attenzioni” pro domo sua.


C’è chi vuole l’annullamento totale del programma Jsf, chi lo vuole così com’è compreso il recente taglio di 41 velivoli annunciato dal Ministro Di Paola e chi, invece, fra le righe della sua mozione, lo vorrebbe addirittura incrementare. Guerrafondai o pacifisti dell’ultima ora, curatori di interessi industriali, pseudo propagandisti e demagoghi, i deputati si scontreranno sul terreno delle “mozioni” che di fatto vincoleranno il governo a seguire un indirizzo politico che nella sostanza si tradurrà in un fare dove i margini dell’agire sono spesso rimessi  al “fai come ti pare intanto mi vendo la cosa come una vittoria politica”.


Certamente di otto mozioni la logica vorrebbe che poi si giunga a farne una sola, possibilmente condivisa da tutti. Ma dato l’argomento per nulla trascurabile credo che si giungerà tranquillamente all’approvazione di due atti d’indirizzo, che apparentemente saranno simili così da poter soddisfare gli interessi delle due fazioni bipartisan che sull’”affaire Jsf” e su tutto ciò che ruota attorno alla Difesa, fondano interessi e concrete spartizioni di poltrone e quanto altro possa servire alle lobbies industriali. Miliardi di euro da pagare nel giro di 15 anni per mantenere efficiente e competitiva la forza aerea. Soldi che si vanno ad aggiungere agli innumerevoli altri programmi già in avanzata fase di acquisizione che mirano all’esercito Hi-Tech: più tecnologie e meno uomini.


Per un certo verso non posso che essere d’accordo con una drastica – seppure dolorosa – riduzione del numero dei militari. 190.000 sono effettivamente una costosa esagerazione che ha potuto sopravvivere fino ad oggi solo grazie all’inefficienza e all’indecisione della classe politica per un certo verso  troppo sbilanciata a favorire gli interessi di pochi, anziché quelli della collettività. Un “modus operandi” che non sembra essere cambiato e gia in quelle mozioni, al netto delle chiacchiere, si legge - a mio avviso - il rischio di dover sopportare ugualmente una spesa complessiva che non si discosterà di molto da quella attuale e che, sicuramente, è più concreto di quanto si possa immaginare.


Due anni fa quasi nessuno conosceva o parlava di questi argomenti. Il grido di allarme sulle spese militari era sempre soffocato dalle notizie sulle elucubrazioni mentali di un Ministro della difesa che cercava, come se stesse giocando, di militarizzare il militarizzabile. Si leggeva e ascoltavano solo i suoi annunci a effetto e le sue propagande a favore di fantasiosi revival in stile balilla, gli inni a una militarità tutti muscoli, marcette e fanfare. Eppure sotto sotto si concludevano affari con le industrie belliche, quelle gestite dagli amici degli amici. Spese miliardarie per riempire i magazzini di armamenti inutili e costosi di cui ho già parlato in un mio precedente articolo.


Finalmente il Parlamento discute di armi e spese che appaiono sempre più insostenibili. L’opinione pubblica e le associazioni per il disarmo hanno sicuramente fatto la loro parte eppure ci sono voluti quasi due anni di continue sollecitazioni per giungere a quest’attesa discussione. Nel maggio del 2010 insieme ai deputati radicali - quindi in totale solitudine - proponevamo una riduzione del 50% dei programmi di armamento e di uno “stop” di almeno tre anni per quanto riguarda quello del JSF. Non eravamo di moda, quindi censurati e quando si trattò di votare un chiarissimo emendamento presentato su una mozione del PD dai deputati radicali, che impegnava il governo sulle nostre proposte, quindi a fare qualcosa di concreto per il Paese - era il 7 luglio 2010 –, quei deputati che oggi cercano meriti e facile propaganda con le loro mozioni quella volta si astennero o votarono contro (PD e IDV; Lega , PdL, UDC).


A quel 7 luglio seguirono tutte quelle disastrose manovre economiche che fino alla fine del 2011 hanno portato l’Italia e gli italiani - quelli che lavorano per 1200 euro al mese, i pensionati con 500 euro di pensione, i precari, i disoccupati, i giovani studenti e comunque tutte le classi lavoratrici e operaie - a dover sostenere il peso dell’intera crisi. Certo, una riduzione del costo degli armamenti non avrebbe risolto la situazione ma almeno non sarebbe stata così pesante da sopportare a fronte degli scandali, delle mazzette, degli appalti e quanto altroche leggevamo e leggiamo ancora sui giornali. Chissà se questa volta, oltre alle chiacchiere che lunedì scorso hanno fatto da contorno alla discussione generale delle mozioni Di Stanislao ed altri n. 1-00781, Pezzotta, Sarubbi ed altri n. 1-00408, Gidoni ed altri n. 1-00861, Porfidia ed altri 1-00862, Moffa ed altri n. 1-00907, Misiti ed altri n. 1-00908 e Rugghia ed altri n. 1-00909 sulla riduzione e razionalizzazione delle spese militari, con particolare riferimento al blocco del programma per la produzione e l'acquisto dei cacciabombardieri Joint Strike Fighter (JSF) F-35, nell’Aula della Camera ci sarà spazio anche per la concretezza dei fatti?


Sarebbe un buon passo in avanti sulla strada che noi del Pdm, con i radicali abbiamo cominciato a tracciare da quel 7 luglio 2010 e che ha trovato condivisione lo scorso 16 dicembre 2011, quando per la prima volta in questa legislatura il Governo ha voluto assumersi l’impegno di ridurre le spese militari. 

19 marzo 2012
 
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