Reportage da Israele: non è un paese per turisti eppure è un luogo dell'anima

di Asteria Casadio

Israele, mentre si atterra su Tel Aviv, è un fiorire fittissimo di luci verdi: lascia spiazzati per una modernità sfacciata e quasi oscena nei confronti della storia che attende a tutti gli angoli di strada. E’ quello il luogo in cui si è certi che qualcosa, comunque, accada, dove si vive nell’incrocio tra razze, culture e religioni, ammesso che la paura possa, ugualmente, considerarsi vivere.  Israele è ostinazione, nelle strade che la gente sospetta allargate per una guerra imminente, nella resistenza dei kibbutz, dei territori occupati, dei beduini, che portano i loro cammelli alle possibili soste dei turisti che vogliano provare l’ebbrezza di fare un giro sugli animali imbellettati tra le pompe di benzina. Israele è uno stato che si fa forte sulla propaganda, che beve bibite americane più che acqua, che costruisce grattacieli e che piange ancora le vittime della shoah nei finanziamenti privati degli ebrei sparsi per il mondo, su cui si fondano le attrezzatissime università locali, perché “l’uomo grida dovunque la sorte di una patria”.


Per gli arabi del ’48 invece non c’è patria. Cittadini israeliani guardati con sospetto dal governo e insieme traditori della causa palestinese, restano attaccati a quello stato che di loro ha paura e che giustificano come un padre severo che cerca di educare figli ribelli. Parlo con la minoranza cattolica; mi chiedono cosa sappia l’Occidente della loro difficoltà di pregare, soffocati tra i minareti che aumentano e che coprono le Chiese, e i cappelli neri degli ebrei ortodossi, pagati dallo stato per far figli e figlie cui imporre calze bianche e gonne scure per tutta la vita, dicono. “Perché non fate nulla per noi?”, mi chiedono. Provo a spiegare che le notizie non arrivano; non mi credono e mi ributtano in faccia la questione della presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici di cui si dibatte in Italia e in Europa. Scuotono le teste, si infervorano, “perché?” chiedono. “Chi ha i denti non ha pane e chi ha pane non ha denti”, recita un detto popolare. E loro la pensano allo stesso modo. Mi tornano in mente le lacrime di commozione di una donna, nella basilica della Resurrezione a Gerusalemme; “vorrei saper pregare così”, le dico. “Magari io fossi una buona credente”, mi risponde. Taccio. A pochi passi suona il richiamo alla preghiera per i fedeli musulmani; il sepolcro di Cristo e il suo Calvario restano  divisi dai cancelli voluti dai cattolici e dagli ortodossi.


Da Gerusalemme e Betlemme il viaggio è breve; una maglietta venduta al mercato cittadino ricalca il quadrato del motore di ricerca Google su cui è scritto “Jerusalem” e, poco sotto, il suggerimento del motore che recita: “you can search Palestine”. Non è così. E lo sanno bene i ragazzini della sicurezza israeliana, poco più che ventenni ma armati di mitra e facce scure che ci fermano di ritorno dalla città che ha dato i natali a Cristo.  Leggono Bologna sul passaporto di uno di noi, forse pensano ad una città filopalestinese, o forse è la nostra guida che non piace, arabo-israeliana, o l’abbinamento. Ci fermano, perquisiscono tutto: borse, pacchi, corpi, auto e intanto effettuano controlli. Stupisce la loro volontà di non risultare gentili; Isreale, sembrano dirci, non ha un’economia basata sul turismo; percepiamo che, forse, le cose cambierebbero se facessimo parte di un gruppo religioso organizzato, in visita ai luoghi santi. In un centro commerciale ci capita lo stesso, ma stavolta non siamo gli unici ad essere fermati; prima di entrare vengono ispezionate ad ogni cliente auto e borse. La gente entra, supera i controlli continuando a parlare serenamente: per chi vive lì è tutto maledettamente normale, anche rinunciare alla propria libertà in nome di uno stato che tutela solo una parte, ed entrare in un negozio senza avere la certezza di uscirne, nell’incubo che gli addetti alla sicurezza siano meno accurati nel  proprio lavoro. Forse anche questo è vivere.


All’aeroporto i controlli sono a più steps. Prima del check in la sicurezza ci interroga con domande che poi sapremo ripetute all’infinito ai successivi passaggi per cercare la faglia della confusione. Domande all’apparenza innocue: chi ha preparato la tua valigia, dove è stata finora, qualcuno ti ha dato qualcosa, e poi di nuovo perquisizioni e ispezioni. Una di noi viene pedinata corpo a corpo fino all’arrivo al gate per aver avuto in valigia un phon. La nostra guida arabo-israeliana, all’aeroporto di Fiumicino, aveva avuto trattamento peggiore dai suoi connazionali.


Di ritorno in Italia trovo conferma di una probabile guerra imminente; penso ai giornali ebraici dei giorni della mia permanenza, agli articoli in cui si dubitava della prontezza dello stato allo scontro e ai sondaggi tra favorevoli e contrari. Israele, dicono,  colpisce nel silenzio. Ripenso al filo spinato che allontana, se possibile, il confine giordano e siriano, dietro ogni curva, ma anche a quel Cristo cercato e nascosto nel saluto quotidiano che evoca pace. Ripenso a Gerusalemme, al mercato dove si sfiorano i colori di tre culture che lasciano attoniti ed entusiasti i turisti ignari, che ricercano nel viaggio il folklore locale, alle tavole ricche più del necessario e all’onore fatto all’ospite da chi accoglie, ai vecchi seduti fuori dalle case e al ramo di basilico offertomi da una nonna come benvenuto. Ripenso alla malinconia orientale delle minoranze che fa rima con rassegnazione, e alle nostre storie del sud, così simili. Anche questa è vita, ancora e ancora.


Mi dico che Israele non è un paese per turisti e non è un paese per vivere, eppure è un luogo che sa come incastrarsi nella memoria e farsi cercare fino a doverci tornare, nonostante tutto. Ed allora lo capisco. Il dolore, l’ostinazione, la paura, l’amore, non sono che i connotati di quella vita che, ovunque, reclama di svegliarsi ogni mattina.

20 agosto 2012
 
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