Caso Federico Aldovrandi: quando per la pietà non c'è posto

di Asteria Casadio

Dopo che la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione per l' omicidio colposo di Federico Aldrovandi ai quattro agenti di polizia che, nella notte del 25 settembre 2005, spaccarono i manganelli sullo studente ferrarese immobilizzato, qualcuno ha ritenuto giusto infliggere nuovi dispiaceri alla famiglia del ragazzo, come se quelli finora patiti non fossero bastati.


Il Ministro Cancellieri, infatti, a ridosso della sentenza, ha riscoperto la bellezza dell’uso del condizionale a tutto discapito dell’indicativo, ormai abusato, e si è fatta prendere la mano usando una piena formula dubitativa che suonava così: «Se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti». Non paga, ha deciso di tirare le orecchie anche alla magistratura nella quale «in casi come questo» ha detto di riporre piena fiducia, come dire che in molti altri ne ripone meno e smentendo le sue stesse parole col condizionale usato poi riguardo agli abusi.  Un ministro, si dirà, dovrebbe sapere che una sentenza rende i fatti da accertare e le presunte colpevolezze dati oggettivi su cui non è più possibile avere dubbi; tuttavia, la Signora Cancellieri, è la stessa persona che ha ritenuto doveroso entrare nel merito del dibattito sulla disoccupazione affermando «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». E detto questo, abbiamo detto tutto; il sole avrà fatto il resto.


Non è di Lei quindi che dovremmo preoccuparci (se non ricoprisse una carica di prim' ordine) quanto delle dichiarazioni scritte rilasciate da uno dei poliziotti implicati nella vicenda che così giudicava la madre del ragazzo su un gruppo facebook: «Che faccia da c... aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto più zitto, dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie». Il gruppo, “Prima Difesa”, è amministrato da Simona Cenni e «tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell'Ordine e Forze Armate». La stessa amministratrice del gruppo a «Vanity Fair» del 25 giugno, in merito alla polemica che la dichiarazione aveva scatenato (e la querela sporta dalla madre di Aldrovandi), si diceva arrabbiata perché nessuno parla dell’effetto delle droghe - sebbene il Procuratore Generale abbia escluso che il basso quantitativo di droga sintetica, misto ad alcol, assunto dal giovane la sera della morte, abbia avuto effetto letale -; affermava che, secondo il suo istinto,  i poliziotti sono innocenti perché «erano piccolini» mentre il ragazzo «era un torello» e che, dulcis in fundo, i manganelli potevano spezzarsi - anche da soli verrebbe da dire - perché quelli dati in dotazione alla polizia sono vecchi. Per la Cenni, dunque,  si tratta di un processo politico, e a conclusione dell’intervista, a proposito della causa che vede imputati alcuni dei poliziotti che fecero irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, difesi dal gruppo di cui lei è amministratrice, dichiara che «hanno fregato sette capisquadra» e che il processo politico lì è palese.


Insomma, scattata la sentenza, è scattato il negazionismo, e con le unghie e con i denti si va a rovistare nel dolore di quelli che sono stati definiti, da un altro utente del gruppo citato, genitori di un «cucciolo di maiale».


In verità, poche sarebbero le considerazioni da fare prima di rilasciare dichiarazioni: le forze dell’ordine non sono composte da delinquenti; pochi si arruolano per passione, specie tra coloro che ricoprono i gradini più bassi della gerarchia. Lo stipendio è misero; spesso si ha a che fare con situazioni al limite del gestibile. Il poliziotto è un mestiere come un altro, ma molto più difficile, e le generalizzazioni nuocciono non solo a chi le subisce, ma anche a chi le fa, perché ne minano la possibilità di guardare oltre e capire. E proprio perché si tratta di un mestiere tra altri, una divisa, sia essa da poliziotto, da controllore, da professore, non dà il diritto di gridare. «Sono una bestia» scriveva la Cenni commentando la sentenza e c’è da crederle, e forse un po’ fa anche pena questa donna che ha abbracciato appieno una causa e ha cancellato, per questa, ogni altro sentimento; nega l’evidenza e si comporta come chi non sa cosa essere al di là del ruolo che si è imposto; ma ragionare e vivere di ruoli può essere molto pericoloso.


Il ragazzo, si è detto, era drogato e aveva bevuto. Non era un santo, è vero, ma non è stata lasciata ad alcuno la possibilità di chiedergli il perché. Inutile ricorrere alla retorica dei diciotto anni, degli sbagli possibili; ciò che va ribadito è che nulla giustifica la sua morte avvenuta, ed è bene ripetere anche questo, per mano di quattro poliziotti in servizio, le cui colpe saranno coperte dall’indulto. A seguito delle dichiarazioni rilasciate sul gruppo facebook, il Ministro Cancellieri, che era impegnata stavolta nell’uso dell’imperativo, ha predisposto un procedimento disciplinare.  Giusto, giustissimo, ma non paga.


Quando la pietà e il silenzio sono messi in forse e persino insultati, tutto ciò che bisognerebbe garantire è che atrocità analoghe non siano più compiute e chi le ha commesse sia allontanato definitivamente; ma nella società dei social network dove tutti hanno diritto di sputare sul dolore altrui, del condizionale e delle attenuanti generiche,  per la pietà non c’è posto.

28 giugno 2012
 
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