La dissociazione italiana e il crollo generalizzato

di Christian Caliandro

Il nostro è un terreno disastrato: qualsiasi accenno di attività, di produzione (materiale e immateriale, economica e culturale) viene spento sul nascere, da quello che ha tutta l’aria di un oscuro e specifico “maleficio”.


Il problema principale è il gigantesco distacco collettivo, la vera e propria dissociazione di ogni pensiero dal suo risultato: dal possibile intervento concreto sulla e nella realtà. È come se fossimo sempre e comunque in presenza di esercitazioni. Simulazioni. L’attivismo viene costantemente scambiato - e come tale contrabbandato - per attività: ma l’attivismo non è attività (e questo è un fatto).


Nel frattempo, però, la realtà circostante continua la sua corsa indiavolata, e si frantuma in modi molto pratici – e irreversibili. Le nostre esistenze vanno a rotoli davvero, e non per finta. Qui ci sono due o tre generazioni  che continuano imperterrite a ‘sognare’ di agire sulla realtà (su basi del tutto inadeguate, ridicolmente fragili) invece di farlo sul serio, mentre tutto va effettivamente in malora. Ed è una rovina generale preparata meticolosamente per decenni, anticipata da altre rovine più localizzate ma non per questo meno disastrose.


Irresponsabilità? Certo; ma c’è dell’altro. La dissociazione è stata talmente introiettata, assorbita, è divenuta a tal punto parte di noi stessi e dei nostri pensieri, che anche l’immaginazione del cambiamento ne risulta infettata. Il cambiamento ipotizzato si muove infatti, e rigorosamente, nel medesimo recinto di ciò che vuole cambiare. Esso è dunque, sin dalla sua concezione, vera conservazione. Ciò è particolarmente evidente quando si sente parlare di innovazione: mai è esistita, forse, un’idea del nuovo così avvilente e noiosa. Polverosa. Totalmente meccanica, ‘industriale’ nel senso peggiore del termine: un’idea che ha praticamente espulso il fattore umano da se stessa.


Anche quest’ansia continua, spasmodica di “ricette”, di soluzioni già pronte, confezionate, per problemi storici enormi e gravissimi (ma che dovrebbero essere anche molto stimolanti), un’ansia che imperversa su tutti i giornali ed in ogni dibattito pubblico, dà perfettamente l’idea di come sia del tutto saltato il collegamento tra percorso individuale di autoformazione e l’elaborazione delle soluzioni adeguate ai problemi.


È questa, propriamente, la qualità tragica e cialtronesca del paesaggio storico e sociale in cui ci muoviamo, in Italia, in questo momento. Pensare che le soluzioni debbano arrivare dal ‘cielo’ (o comunque da un ‘altrove’, non meglio precisato), e che la stupidità imperante non c’entri nulla con l’abisso in cui sprofondiamo. Che sia solo un commento – più o meno fastidioso, più o meno divertente – a ciò che accade, un rumore di fondo e non la struttura stessa che articola gli eventi e la loro concatenazione.


È questo l’effetto terminale della dissociazione: l’aver distaccato quasi del tutto l’immaginario stesso di un intero popolo dall’orizzonte degli eventi, la percezione dalla comprensione – e dalla critica – di quello che gli sta capitando.

07 giugno 2012
 
Diventa fan di Tiscali su Facebook
 
 
  
Tiscali Socialnews
Per accedere clicca qui

Segui Tiscali su:

© Tiscali Italia S.p.A. 2014  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali