Per noi italiani la politica svizzera è fantascienza o fantapolitica se preferite

di Christian Caliandro

Circa un mese fa, ho avuto un interessante scambio di opinioni con una persona che vive da tempo in Svizzera, a Zurigo. E che mi ha spiegato, in poche e chiare parole, come funziona la politica in quel Paese. Il governo è formato – fin dal 1959 – da sette ministri (quattro dei quali, detto per inciso, attualmente sono donne). Da oltre cinquant’anni, non c’è alcuna alternanza tra maggioranza ed opposizione – e agli Svizzeri sta bene così. Perché, semplicemente, sono interessati al raggiungimento dei singoli risultati, di interesse comune. E non alle lotte fratricide e intestine, alle battaglie tra guelfi e ghibellini, tanto per fare un esempio. Ai politici svizzeri, cioè, viene chiaramente affidato, assegnato dai cittadini il compito di scegliere, di decidere e di risolvere le criticità. Di far funzionare lo Stato e l’amministrazione, macchine complesse. E senza bisogno di chiamare tecnici e/o professori di sorta.


Quando poi il mio nuovo amico è passato a descrivermi come queste decisioni vengono raggiunte, ho avvertito in maniera molto distinta il profumo inconfondibile e commovente della fantascienza (o, se preferite, della fantapolitica). E ho avuto un tuffo al cuore. Nientemeno, una volta presa una decisione, non si torna indietro: non si distingue più tra maggioranza e minoranza, tra chi era d’accordo e chi no con quella determinata proposta. Anzi, non c’è più alcun distinguo. Tutto il governo presenta compatto la decisione, e guai a chi sgarra da questa norma ferrea di bon ton.


Niente notti-dei-lunghi-coltelli, nessun agguato né tattiche di guerriglia al momento del voto. Niente assalti all’arma bianca o alla diligenza, né psicodrammi collettivi o periodici rituali di 'rigenerazione' (con annessi "sacrifici" propiziatori e, naturalmente, pratiche auto-assolutorie: "io non c'entro"). Niente vuoti pericolosi, falle e buchi neri che si aprono nel tessuto democratico di una nazione, pronti ad essere riempiti dall'"uomo della Provvidenza" di turno. Ora, direte: “ma è ovvio, la Svizzera è piccola, la popolazione dei singoli cantoni è incomparabilmente minore rispetto a quella italiana…”, e così via. La differenza, invece, sta tutta nella civiltà politica di un Paese. E di un popolo.


Perché, come scriveva il mai abbastanza benedetto Alberto Arbasino in quel libro troppo spesso trascurato che è Un Paese senza (1980), a proposito proprio della generazione che allora aveva venti-trent’anni (e che oggi ne ha cinquanta-sessanta): “…Ma costantemente con questo rifiuto dell’esperienza e dei ‘dati’ che equivale a una perdita dell’attrezzeria, dunque con le difficoltà e le incapacità di affrontare (benché equipaggiati di tutto Foucault e di tutto Lacan) un qualunque tipo di vita e attività post-adolescenziale… ‘ex-sessantottina’… o ‘ex-settantasettana’ (…) Soprattutto appare vistosa, nella generazione coccolata dal boom e parcheggiata nella crisi, una ‘mania di persecuzione’ violentissima e profondamente generalizzata: vedendosi attorno, per esempio, non già incompetenza e incoscienza e sfascio – e telefonate di brigate che nel climax della tragedia Moro raggiungono assistenti che scoppiano in singhiozzi e parroci che devono prendere il pullman – bensì astuti e sapienti e soprattutto ‘raffinati’ disegni e complotti dove tutto si tiene e tutto funziona per machiavellici e modernissimi fini che si possono poi riassumere in una vecchia e sbrigativa cifra, ‘fare il Culo ai Giovani’.”

04 maggio 2012
 
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