Bari & la post-apocalisse

di Christian Caliandro

Sono le nove, esco per portare la macchina a fare il tagliando. Mi fermo al bar, prima, a bere un caffè. Mentre aspetto, e la radio annuncia che “il Milan ancora ci crede”, entra un gruppo di ragazzi: “Sì capit’, u’ Milàn ci crede!” “Io non so’ du Milàn, ma staser’ a và passà ‘u turn! T’ vuè juquà qualchecòs’?” “E u’ Barcellòn… avàst. Deve cambiare la compagine. Altrimenti la competizione perde di fascino”. È incredibile come gli unici sprazzi di italiano semielegante (quello forbito ad hoc della Gazzetta dello Sport e dei programmi televisivi di approfondimento sportivo) siano costantemente collegati nell’immaginario collettivo, in questa come in altre occasioni, al pallone.  


Bari, 3 aprile 2012. Sono appena arrivato in città per le vacanze di Pasqua. Esco dal bar, e mi colpisce un giubbotto improbabile (ma, a suo modo, figo), color crema. Dentro il giubbotto, un tizio che non sfigurerebbe – capelli e basette comprese – in uno spaghetti western. Qui ne trovate ancora moltissime di facce così: altrove, invece, sembrano scomparse. Eclissate. Ci sono momenti, come questo, in cui mi capita di pensare a come sarebbe la mia esistenza se vivessi qui. Se non me ne fossi mai andato, o se tornassi. Questo potrebbe essere, tutto sommato, l’inizio di una giornata piuttosto normale: non più da visitatore, da turista, da Esterno.


Salgo in macchina. Per arrivare alla concessionaria, devo passare davanti alla clinica privata: questo edificio è ancor più fatiscente di come lo ricordavo. Color ruggine (non dipinto: è proprio integralmente, irrimediabilmente arrugginito) sembra uscito dritto dritto da un film horror post-apocalittico, da uno scenario di devastazione e di degrado catastrofico - che so, una cosa tipo Silent Hill, o The Book of Eli.


Comunque. Arrivato alla concessionaria, nonostante sia l’ora esatta dell’appuntamento, prima di me c’è una signora che si lamenta del suo specchietto rotto. Questo specchietto rotto diventa rapidamente una specie di tormentone. La signora vorrebbe che i meccanici glielo sostituissero subito: ma lo specchietto al momento non c’è, pare, va ordinato. Mentre aspetta allo sportello Ricambi, la signora – che non si è mai tolta gli occhialoni da sole neri – si lamenta con un anziano cliente, in attesa come noi: “è una vita d’inferno, non me ne parli! Non faccio altro che andare avanti e indietro dalla mattina alla sera, non ho mai tempo, non si può vivere così, non si può più vivere!”


Nel frattempo, la signora non fa minimamente caso al fatto che in questo preciso momento sta occupando il mio, di tempo, e che nella migliore tradizione cittadina mi è appena ‘passata avanti’, ha saltato la fila, non ha rispettato il turno, mi ha regato il posto. (La stessa scena si ripeterà più avanti, al giornalaio vicino casa, quando un’altra signora mi passerà davanti mentre sto comprando il giornale: sembra che queste signore di questa età non ci percepiscano, non ci vedano neanche: come dice John Rambo in Rambo 2-La vendetta, “Io non esisto”). Il meccanico, con lo sguardo di chi le ha viste tutte in officina, mi fa sconsolato: “è difficile”.


Per tornare a casa, devo ripercorrere a piedi un cavalcavia, che passa sopra la stazioncina dei treni Bari Policlinico: anche qui, ammassi di ferraglia arrugginiti, un colore bruno che domina su tutto e che non ricordavo, se non appunto negli spaghetti western o nei film post-apocalittici. Mi fermo a guardare un quadro urbano che possiede i tratti dell’incoerenza: questa stazione ferroviaria è circondata da improbabili villette neo-liberty rosso fuoco. Questa città è cresciuta come una concrezione, secondo uno schema di proliferazione che sembra non avere niente a che vedere con qualunque idea o tentativo di progettazione. È cresciuta su se stessa, come poteva succedere nel Medioevo - ma senza la grazia e il gusto innati negli uomini del Medioevo.


Questa casualità fisica, inoltre, riproduce e riflette la casualità dell’organizzazione della vita civile. La casualità politica. Mentre le amministrazioni di questa città e questa regione sono travolte dagli scandali – prima le escort e la Sanità, ora le cozze pelose, le noci bianche e le partite di calcio truccate – che investono prima di tutto un modello che si voleva ‘esportabile’, di progressismo illuminato e non buonista (ma, come si vede, alla fine neanche ‘buono’ e basta), mi ricordo che ieri sera, all’ora di cena, ho visto Nichi Vendola dichiarare che in questo momento “il Paese ha bisogno di lui”. Benissimo. Ma i pugliesi? Avrebbe potuto e dovuto specificarlo prima delle elezioni, che questo mandato sarebbe scaduto in anticipo per ‘cause di forza maggiore’: per il passaggio al livello successivo nel videogame del Palazzo, o torracchione che dir si voglia. Anche perché il patto collettivo si fondava sull’assunto che nei primi cinque anni non fossero stati realizzati appieno i progetti promessi e preventivati, e dunque l’apertura ulteriore di credito era volta esplicitamente al raggiungimento dei risultati.


Sempre in trasmissione, Vendola si dichiarava estremamente sensibile al tema dell’“eredità”. Dovrebbe però sapere che esistono diversi tipi di eredità: c’è, per esempio, anche quella che nessuno vorrebbe lasciare. L’eredità appunto delle promesse non mantenute, delle realizzazioni mancate, del “vorrei ma non posso”, delle narrazioni vacue e dissociate da una realtà estremamente critica e dura  – proprio l’eredità che, in questo momento storico, ci sta trascinando a fondo con il suo peso che forse (o forse no) non abbiamo del tutto meritato.


La disonestà intellettuale della classe politica è il tratto più avvilente di questa post-apocalisse in salsa barese. Forse è meglio che, in questa città, continui a tornare sempre e soltanto da visitatore.


Postilla.  Quattro mesi fa, alle sei di pomeriggio, camminavo lungo via Sparano. All’improvviso, ho intravisto un mio compagno di liceo, il più popolare della classe: era esattamente come quindici anni fa. Stesso taglio di capelli, stesso portamento, stesso sorriso, stessi vestiti finto-dimessi (però nuovi). Solo, tutto più triste e sconfortante, dietro l’apparenza che inconsciamente vuole sembrare rassicurante (“ehi, è tutto OK, è tutto come prima, va alla grande”): perché questo non è il 1996, per niente. Non va alla grande – almeno, non nel senso del 1996. Era fermo nel tempo, congelato. Non l’ho salutato.

19 aprile 2012
 
Diventa fan di Tiscali su Facebook
 
 
  
Tiscali Socialnews
Per accedere clicca qui

Segui Tiscali su:

© Tiscali Italia S.p.A. 2014  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali