L'Aquila "risorgerà": gli abruzzesi hanno una tensione morale e una tenacia uniche

di Christian Caliandro

“L’Aquila novantanove volte sacra nelle novantanove sue chiese, alta nel nome e nel sito, pura d’acque, serena fra i monti d’Italia con i muri, la torre, lo speronato castello, l’Aquila invita alla sua montagna la giovinezza nuova d’Italia: e neppure disdegna chi fosse più cauto nel passo e giovine tuttavia nell’animo tanto, da desiderare le purità deserte ed alte, corse dal vento. L’invito non è redatto in parole, ma in opere.”


Così scriveva Carlo Emilio Gadda nel primo saggio (La funivia della neve) di quello ‘speciale’ sull’Abruzzo che costituirà la terza parte del volume Le meraviglie d’Italia (1939). Nelle stesse pagine, a L’Aquila il Gran Lombardo dedicò altri meravigliosi ritratti letterari, come questo: “Sentendomi asino stagionato me ne venivo solingo, e discesi alla fontana delle cannelle: che l’arte e il buon senso di Tancredi da Pèntima, negli anni di Tagliacozzo, avevano combinata ai neo-cittadini. Il dispositivo è pensato con criterio: chiara, nei dettaglio dell’opera adeguatissima al sito, tu leggi la finalità pratica di essa. Vi leggi una sollecitudine architettrice ch’è nobilmente urbana e sensatamente razionale. Ivi era la sorgiva del primo elemento, ai piedi del colle: e le mura la inclusero ‘in urbe’, scendendo, scendendo, quasi col gesto di chi si china per raccogliere un utensile caduto. La fontana era il più necessario degli utensili civici. Da quell’aves, di certo, venne la scelta del luogo: e, forse, prima che da ogni ragione araldica, il nome della città: poiché la polla era nota nei secoli e le acquicce che ne discendevano al fiume eran dette, in latino, Aculae o Aquìliae (Le tre rose di Collemaggio, ivi).


Si dà il caso che proprio la fontana delle 99 cannelle sia stata uno dei pochi monumenti oggetto, dopo il sisma, di restauro, patrocinato in questo caso dal FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano e finanziato quasi interamente da donazioni private e sponsorizzazioni tecniche. È un luogo veramente magnifico. Questo ambiente (“dispositivo”) ‘mentale’ e quasi metafisico è costituito e circondato da elementi molto fisici - le montagne, le case, la città, l’acqua - ed è proprio in questa ambivalenza (naturale/soprannaturale, umano/sovrumano, materiale/immateriale) che risiede l’origine della sua magia.


Tutti questi aspetti contribuiscono a formare un ecosistema unico. Certo, questo ecosistema comprende oggi anche la sofferenza, e la devastazione. Se vi mettete al centro del perimetro disegnato dalla fontana (di sera, col buio e le stelle; oppure di mattina presto), potete quasi sentire – nel silenzio – L’Aquila che “si china per raccogliere un utensile caduto”. L’utensile caduto, in questo caso, è la stessa vita collettiva e civile, fatta di opere e di avvenimenti, di operosità e di relazioni. Un utensile-mondo caduto, ferito e disarticolato.


Ho negli occhi l’immagine straziante di un bambino di quattro anni che – a dicembre 2011, non 2010 né 2009 – faceva colazione con la madre nella hall di un albergo del centro. Quel bambino (insieme a tanti altri come lui) non ha mai conosciuto l’intimità quotidiana di casa sua; la normalità di scorazzare in piazza, per le strade, nello spazio pubblico della sua città. È costretto a fare colazione in pigiama davanti a estranei, che lo guardano imbarazzati. L’anormalità assurda e totale è l’unica normalità che conosce (e che conoscerà per chissà quanto tempo). Così come l’anziana signora, sempre nello stesso hotel, che lascia le chiavi attaccate alla porta della sua camera, e quando qualcuno la avverte, si infastidisce e si irrita: perché quella è casa sua, nonostante sia appunto una camera d’albergo, e percepisce come un’intrusione nel suo mondo (privato) quella che è una segnalazione del visitatore (“non ho dimenticato le chiavi: le lascio fuori, perché questo è il mio spazio, per quanto angusto e ridotto”). È la sintesi di due mondi paralleli che non si incontrano, mai: l’Altrove e l’Aldiqua.


Potete sentire la forza degli aquilani che, nonostante abbiano attraversato e stiano attraversando una delle prove più difficili che si possano anche solo concepire per una comunità, e per degli esseri umani, tengono duro. Essi ce la faranno, perché c’è un coraggio misterioso e molto abruzzese che li sostiene, una tensione morale e una tenacia pressoché uniche nel panorama nazionale. Questo coraggio, questa tensione hanno radici antichissime (nella sua Cronaca aquilana, 1355-62, Buccio da Ranallo racconta a proposito della fondazione medievale de L’Aquila nel 1254 che i ‘neo-cittadini’ riuniti “gridaro tucti insieme la città facciamo bella”), arcaiche addirittura - e sono al tempo stesso la radice di ciò che, sicuramente, verrà fuori dal nostro Paese nell’immediato futuro.


La resurrezione de L’Aquila è e sarà, infatti, la resurrezione dell’Italia tutta.

02 aprile 2012
 
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