I cattivi esempi degli ultimi venti anni contano. Eccome

di Christian Caliandro

Il capitano della nave ha tentato fino all’ultimo, contro ogni evidenza e testimonianza, di dire che era stata colpa dello scoglio che non c’era sulla mappa. E non della propria stessa, incredibile irresponsabilità, nell’aver guidato una nave enorme così vicino alla costa dell’isola, per un gioco stupido (e inutile); nell’aver ritardato imperdonabilmente i soccorsi, sperando forse che tutto sommato il guaio non fosse così grave come sembrava, e di potersela cavare con poco; nell’aver abbandonato la nave e i soccorsi agli ignari passeggeri, violando leggi millenarie ed elementari - non solo del mare, ma del buon senso e della civiltà.


Eppure, questo signore così irresponsabile e colpevole (pare addirittura che progettasse di manomettere la scatola nera, e di scappare all’estero) ci dice moltissimo su chi siamo diventati. E su chi (forse) non eravamo. L’egoismo; la negazione di ogni senso della comunità e della condivisione; l’esclusione dell’altro, e dei suoi bisogni, dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self control e la più grande disciplina (e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, e addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia). Tutti questi sono i valori che, negli ultimi venti-trent’anni, hanno progressivamente dominato e governato la società italiana. A tutti i livelli.


I valori che sono stati addirittura proposti come esempi, naturalmente da seguire. Una forma di nevrosi collettiva, in cui si è proposto a tutti i soggetti di concentrarsi ossessivamente su se stessi, eliminando ed oscurando la società. Il “tutto”, l’insieme, la collettività di cui faccio parte, in cui mi inserisco e a cui mi devo riferire. Ogni volta che vedete un SUV che sta per stirarvi, sapete che dietro c’è questo. La spinta a cancellare l’altro, perché non solo ci sono prima IO, ma IO è l’unica cosa che esiste e che importa. Dietro questi comportamenti e atteggiamenti, individuali e collettivi, c’è ovviamente una fortissima carica autodistruttiva, oltre che distruttiva. Non riconosco l’altro perché non riconosco – e, cosa ancor più grave – non voglio riconoscere – me stesso. È una forma strana e patologica di autoriflessività, italianissima, in cui il soggetto più si rispecchia e meno si conosce: si perde. Si annulla.


In questi cattivi esempi, che purtroppo sono stati e sono ancora seguiti, in ogni territorio del Paese (politica, innanzitutto, ça va sans dire; economia e impresa; cultura anche, purtroppo), c’è una quota enorme di disperazione. Intesa in senso proprio letterale: si è persa la speranza che questo possa essere un posto normale, felice, la fiducia in se stessi e nel Paese, e quindi ci si butta sui suoi brandelli come cani inferociti. Con la disperazione, rimane solo la lotta tra bande: homo homini lupus. Ricostruire l’Italia significa dunque, innanzitutto, ricostruire e articolare di nuovo questa speranza. La fiducia in se stessi e nell’intera società. Tenendo sempre ben presente (e non rimuovendo) i cattivi esempi degli ultimi venti anni: come esempi da non seguire, di come non si fanno le cose; come modelli negativi, che ci hanno portato esattamente nel baratro in cui siamo (l’orlo famoso, quello è già alle spalle). A volte, gli esempi negativi possono rivelarsi più utili di quelli positivi.

17 gennaio 2012
 
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