Sprechi palesi e sprechi occulti: quanto costano le riforme abortite

di Pepe Caglini

Credo che nessuno si illuda circa le conseguenze che le riforme che non sono riforme di questo governo avranno sul livello di vita di ciascuno di noi nei prossimi anni: una certa maggior sobrietà di vita, per dirla con garbo, frutto non tanto di saggezza quanto di banale forza maggiore, diverrà tratto distintivo del comportamento di molti e non è poi detto che sia una jattura.


 Se questo sta nell’ordine delle cose e non possiamo farci granchè (non possiamo certo, in questo caso, incolpare chi ha votato! ) tutt’altra questione è quella che riguarda il cinismo di chi, avendo le massime responsabilità di governo, non fa una piega di fronte a quello che sembra il massimo spreco addebitabile alla politica e cioè lo scostamento che si verifica puntualmente tra l’ideazione di una qualsiasi riforma e la sua esecuzione.


 Che questo scostamento generi uno spreco di gran lunga superiore a qualsiasi ruberia, sciatteria, cattiva amministrazione e ignominie varie che oggi troviamo quotidianamente in prima pagina è un fatto di cui nessuno sembra accorgersi, così tutti si scandalizzano per le auto blu e timidi sono i commenti se una presunta liberalizzazione si tramuta in una presa in giro, se l’esito di un referendum viene pian piano ribaltato di 180° sotto gli occhi esterrefatti del cittadino, se una legge che doveva semplificare ottiene invece l’effetto di complicare ulteriormente una procedura che, già di suo, non scherzava per niente quanto a perversione burocratica. 

Mentre la cosiddetta spending review, grazie alla presenza di Enrico Bondi, che è una garanzia, riuscirà bene o male a dare una dimensione quantitativa allo spreco economico visibile, cioè a tutto quel denaro che lo Stato sperpera al di là del limite fisiologico (e a molti italiani la notizia causerà qualche ulteriore sintomo psicosomatico) nessuno si è mai preso la briga di indagare sull’immane spreco generato da una riforma che in astratto nasce bene ma che poi, nel tortuoso e imprevedibile cammino che porta alla sua effettiva messa in pratica, viene stravolta fino a diventare irriconoscibile.


 Quando questo si verifica (quasi sempre) il danno causato eccede di gran lunga quello che si sarebbe avuto se non si fosse fatta alcuna riforma. Le cause. Sono abbastanza ben identificabili e questo rende più grave la responsabilità di non porre rimedio al fenomeno. La prima causa risiede nel meccanismo decisionale che prevede troppe possibilità di accontentare troppi interessi nel provvedimento in elaborazione, così quello che era partito come un galletto da combattimento (e che avrebbe funzionato alla grande circa i suoi scopi) si ritrova al traguardo come un cappone privo, ahimè, degli attributi fondamentali e magari con qualche indecorosa aggiunta ibridata da specie estranee. Naturalmente, ridotto così, non funzionerà mai, causerà solo danni, tutti lo sanno ma nessuno sembra avere alcunchè da eccepire su questo metodo di lavoro irrazionale e autolesionista.


 La seconda causa risiede nel gap di conoscenza, caratura e levatura intellettuale esistente tra i pochissimi ideatori delle misure (tutto è possibile rimproverare a Monti meno l’ignoranza degli scenari economici e dei meccanismi internazionali) e i molti funzionari di rango inferiore sparsi nei vari ministeri ai quali è demandato il non facile compito di tramutare i pochi principi ispiratori di una qualsiasi riforma, per loro natura generici, in dispositivi applicabili alla realtà. Immaginate un diagnostico eccellente che deleghi una qualsiasi terapia pur corretta ad un corpo di mediconzoli e infermieri inconsapevoli e pasticcioni. Ci rimarreste in quell’ospedale ? 


E’ qui infatti che si nasconde il diavolo. Negli infiniti esiti, talvolta grotteschi e potenzialmente iniqui e vessatori (vedi la vicenda degli esodati) che possono verificarsi quando un’idea, di per sé semplice e corretta, viene forzata come chiave che deve entrare in tutte le serrature, cosa palesemente impossibile quando si vuole essere più precisi di quanto si dovrebbe (tipico atteggiamento delle menti accademiche e dogmatiche). Se a condurre questa delicatissima operazione invece del grande decisore pragmatico con la mente orientata al risultato sostanziale c’è il burocrate con la mente orientata al risultato formale, il disastro è garantito.


 Ecco perché un governo di tecnici, pur con una corretta visione delle leve da toccare in un determinato frangente si può ritrovare, dopo averle toccate, con l’aereo che fa il contrario di ciò che dovrebbe. Peccato che in quell’aereo ci siamo anche  noi. Esempio illuminante : quando un presidente della Confindustria considerato una “colomba” esordisce nella sua funzione dicendo chiaro e tondo che l’intera riforma del lavoro, così come si è tradotta in pratica (il galletto diventato cappone…) non risolverà i problemi che l’avevano motivata ma anzi li aggraverà, non sta forse dicendo ai governanti che è ora di smetterla di lavorare in questo modo?  Il cinismo del Presidente Monti sta in questo: nel sapere tutte queste cose, nell’accettare che le pseudo-riforme italiane che sembrano tranquillizzare i mercati (ma non è vero) produrranno invece danni e sacrifici che vengono sempre più percepiti come inutili da sempre più persone e nel permettere infine che tutto questo avvenga senza mostrare un minimo ripensamento, sperando nella buona sorte. Per questo esercizio di somma arte politica poteva forse bastarci qualcuno di meno paludato, non le sembra Presidente Napolitano?


 

04 giugno 2012
 
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