Confindustria sceglie il passato? A Squinzi dimostrare che non c'era bisogno di Bombassei e Marchionne

di Pepe Caglini

Si narra che nei Conclave canonici l’elezione del Papa risponda sempre ad una qualche necessità storica, spesso sfuggente ai singoli, che però per qualche ignoto motivo rappresenta non di rado la soluzione al problema del momento. Così la Chiesa sarebbe sopravvissuta nei secoli.


Auguriamo a Squinzi, neo leader confindustriale, di trovarsi nella stessa situazione. Saremo i primi ad esserne contenti, visti gli epocali problemi che il sistema produttivo italiano si trova a dover affrontare in questo momento storico, caratterizzato da una progressiva e apparentemente ineluttabile erosione della competitività delle nostre imprese nel confronto globale.


Ma temiamo che ciò non avverrà. Quando un aereo cade in vite, come sanno tutti i piloti, non sarà una manovra normale a tirarlo fuori dalla situazione: è necessario invece un intervento totalmente squilibrante e stressante  per le sue stesse strutture a tirar fuori l’aereo dai guai. Continuare con il solito andazzo, insomma, è proprio quello che non serve per correggere un sistema che non sta andando nella direzione desiderata.


Che Confindustria non stia andando, da un pezzo, nella direzione desiderata da tante persone che fanno impresa è dimostrato dalla deludente (si, lo so, è un eufemismo) valutazione che possiamo fare di cinque aspetti fondamentali dell’economia del Paese, aspetti sui quali l’unione degli industriali ha non solo il diritto ma anche il dovere di influire, pena la sua abdicazione al ruolo di classe dirigente. Vorrei porre questi aspetti all’attenzione dei pazienti lettori formulando alcune semplici domande.


La prima. Perchè la produttività italiana in 10 anni ha perso così tanto terreno (- 30%) rispetto a quella tedesca? Non era forse un diritto e un dovere confindustriale quello di premere sulle controparti (ripeto controparti, non associati) per costruire un sistema moderno di relazioni industriali?


Seconda domanda. Perché se un operaio italiano prende 100 di netto all’azienda costa 220 rendendoci così il Paese occidentale con i salari più bassi (o quasi) e i costi aziendali più alti (o quasi)? Non doveva forse Confindustria agire con tutta l’influenza possibile per risolvere questa assurdità politico-fiscale che danneggia sia l’azienda che i lavoratori?


Terza domanda. Perché l’Italia è sempre stata e sembra debba rimanere a vita un Paese costituzionalmente ostile alle aziende e privo di una cultura buorocratico-amministrativa facilitante, come invece avviene in tanti posti nel mondo che così attraggono gli investimenti? Perché molte aziende sono costrette a de-localizzare? Non era forse dovere di Confindustria esercitare tutto il suo potere per ottenere dalla pubblica amministrazione la formazione di un ambiente più favorele all’impresa?


Quarta domanda. Perché i piccoli e medi imprenditori (che rappresentano i due terzi dell’intera economia) non trovano in Confindustria l’ambiente e la competenza dove trovare risposte alle loro necessità di sviluppo e di crescita, in particolare la disponibilità di servizi adeguati alla loro specifica cultura? Non era forse compito di Confindustria dedicare uomini e risorse a questa parte poco blasonata ma molto rappresentativa del PIL progettando un supporto operativo idoneo a questa categoria? (Pensate solamente al problema del credito).


Ultima (ma non meno dolorosa) domanda. C’è qualcuno che potrebbe spiegare in maniera convincente perché Confindustria non ha mai fatto qualcosa di concreto (aspetto di essere smentito) nei confronti del grave problema del nanismo industriale italiano, una caratteristica del nostro Paese che finirà per diventare letale e che solo il manager Marchionne pare avere affrontato di petto?


Se a queste banali domande la nuova leadership di Confindustria non troverà qualche risposta adeguata a breve (diciamo entro una decina di giorni, almeno a livello di intenzione) significherà che l’areo non uscirà dalla vite, l’andazzo sarà quello di prima, i rituali di corte continueranno secondo le vecchie liturgie e le vecchie dottrine.


E’ questo che vogliono gli industriali italiani? Sono sicuri che cercare ancora protezioni secondo il miope vizietto padronale nostrano sia ancora pagante rispetto al  mare aperto della competizione e della meritocrazia? Dalla scelta fatta sembrerebbe di si. A Squinzi ora dimostrare senza ombra di dubbio che non avevamo bisogno né di Bombassei né di Marchionne.


 

23 marzo 2012
 
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