

Per spegnere dopo due anni le luci di questa rubrica - mi sembra di aver detto tutto ciò che avevo da dire, ringrazio la redazione di Tiscali e chi ha avuto la pazienza di leggermi e la voglia di commentare - non c’è nulla di più simbolico della biografia di Steve Jobs (scritta da Steve Isaacson, pubblicata qui da Mondadori). Perché nelle sue seicentocinquanta pagine c’è non soltanto l’appassionante storia dell’uomo che più di ogni altro esprime l’essenza della nostra epoca, ma la ragione stessa per cui noi oggi non possiamo davvero più pensare, progettare, lavorare, comunicare, vivere come facevamo pochi anni fa.
Perché Steve Jobs - "oggi lo scontro non è fra progressisti e conservatori, ma fra costruttori e demolitori" - ha proposto una potentissima visione (nessun pensiero debole, proprio no) del mondo, degli esseri umani, della tecnologia, di tutto quanto, senza mai scivolare nell’ideologia. Perché il suo ormai proverbiale e stracitato stay hungry stay foolish è il tentativo programmatico più riuscito di rendere inscindibili il senso di responsabilità e il senso del gioco, la spinta ambiziosissima a lasciare il proprio graffio e insieme l’attitudine più energetica ed eccitante (è così che è stato capace di rendere sexy qualcosa come la tecnologia, prima di lui fredda e noiosa).
Perché della relazione fra biologico e tecnologico Steve Jobs ha sempre messo a fuoco la simbiosi, la e coevolutiva e non la o binaria, e dell’innovazione ha sempre voluto evidenziare la natura squisitamente vitale, non il puro progresso tecnico. Perché a partire da questa visione, il mondo globale, la sua qualità non più meccanica e lineare ma connettiva, Jobs li ha sintetizzati nei pochi centimetri di un’“arma totale” che contiene in sé una miriade di funzioni e ci consente di esprimere il nostro potenziale organico multisensoriale.
Perché se oggi Apple è arrivata ad avere più liquidità del tesoro americano è perché paradossalmente per Steve Jobs il profitto è sempre stato una conseguenza e non un fine. Il suo appello “non vendete prodotti, arricchite vite” non è soltanto uno slogan accattivante, ma il principio stesso di una funzione vitale della progettazione inventiva. Perché nessuno quanto Steve Jobs ha sposato impresa personale e impresa imprenditoriale, creatività e produttività. No, non è stato un benefattore: ma se ha saputo creare intorno alla sua opera una “mistica”, un alone di culto, è proprio perché il suo obiettivo è sempre stato evolutivo, la voglia di mettere al mondo qualcosa che prima non c’era.
Ma se c’è qualcosa che più di tutto emerge da questa monumentale biografia è il carattere di Steve Jobs. La personalità irresistibile e inventiva e l’intrattabilità, le sfuriate colleriche, l’irriducibile durezza. Tutto insieme, perché nei grandi caratteri, come nei diamanti, è impossibile separare la natura splendente da quella tagliente. Ma le grandi partite, quelle personali e quelle evolutive, si vincono non con la virtù ma con il carattere. Ecco perché si dovrebbe provare a essere non come Steve Jobs, ma come gli Steve Jobs di se stessi.
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