Crisi economiica: il manifesto TQ dichiara guerra al neo-liberismo ma non propone nulla

di Franco Bolelli

Vedo che lo strombazzatissimo manifesto di un gruppo di giovani editori e scrittori comincia con un pomposa dichiarazione di guerra al neo-liberismo, e capisco che no, non è vero che TQ -questo è il nome del progetto - sta a indicare l’età anagrafica di trentenni/quarantenni dei promotori, ma significa in realtà che le loro idee sono quelle più spiacevoli di trenta o quarant’anni fa. Perché invece di mettere a fuoco quanto la scrittura è cambiata in questi anni con le nuove tecnologie di comunicazione e di modellarci nuove proposte inventive, questo manifesto si rifugia nel più risaputo ideologismo. 


Giuro di provare sostanziosa antipatia per ogni logica di accaparramento, da quella di banche e multinazionali predatrici ai mille esempi quotidiani di sfruttamento: ma che il liberismo coincida con tutto questo è poco più di una leggenda metropolitana. L’idea liberista di mercato prevede un sistema di contrappesi e di aggiustamenti in grado di bilanciare quel minimo il predominio dei poteri economici e di sostenere chi non se la passa bene. Ma ammettiamo pure per un istante che il liberismo sia quello lì, quello più detestabile: chi lo demonizza dovrebbe comunque raccontarci con cosa sostituirlo, quale può essere l’alternativa. E questo nessuno ce lo dice mai, men che meno gli integralisti di TQ. 


Perché finora nessuno ha mai proposto una vera alternativa alla libertà del mercato che non sia lo Stato, e l’ultima volta che ho controllato mi sembrava che l’economia di Stato avesse regolarmente fatto naufragio, producendo comunque privilegi e parassitarie rendite di posizione senza in compenso produrre mai crescita e ricchezza. Eppure non siamo ancora riusciti a liberarci da questa trappola binaria che ci schiaccia fra il martello del capitalismo aggressivo e l’incudine dell’inerzia statalista.


Capisco pochissimo di economia, ma una cosa mi sento di affermarla con assoluta certezza: se le finanze di tutti i maggiori stati mondiali sono ridotte così male, e se buona parte dell’umanità ne sta pagando i prezzi, è perché le formule con cui viene tradizionalmente gestita l’economia non funzionano proprio più. Non è semplicemente una questione di congiunture sfavorevoli, che certo pesano: sono  i modelli strutturali che vanno radicalmente e urgentemente reinventati, perché quelli usati fin qui potevano forse (molto forse…) andar bene per il vecchio mondo ma non sono minimamente in grado di abbracciare la ricchezza e la complessità dei nuovi scenari. 


Ripeto, da perfetto dilettante in materia alcuna soluzione credibile non ho in tasca: ma per quel che mi compete credo si debba quantomeno cominciare a ripensare il ruolo stesso dell’economia. Perché il mercato è una naturale attività umana, e indicarlo come fonte di ogni male è una ridicola superstizione. Semplicemente, il mercato non può essere l’esclusiva unità di misura, e non può essere ineluttabilmente messo al primo posto. Chi questa cosa l’ha capita, chi sa costruire imprese ecomomiche capaci di favorire se non di promuovere valori e necessità umane più ampie, se la passa guarda caso molto meglio degli altri. 

03 agosto 2011
 
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