

A questa mia rubrica forse farei meglio ad aggiungere un sottotitolo, che fa così: qui si parla di evoluzione. Perché altrimenti c’è immancabilmente qualcuno che mi accusa di non vedere quanto il mondo è cattivo e di guardarlo con i polyanneschi occhiali rosa di uno sciocco ottimismo. Ora, è vero che scrivo cose assolutamente discutibili, spesso forse anche sbagliate: ma questa cosa no, questa di starmene nel mio mondo beato incurante di tutti problemi e le sofferenze non è vera.
Semplicemente, si chiama evoluzione. Semplicemente, la realtà dell’evoluzione è molto più ottimista dell’ottimismo. Perché in ogni fenomeno –tanto più nei grandi mutamenti che riguardano milioni di persone- ci sono spinte diverse, molteplici: è questo che non capisce la mente binaria, che pretende spiegazioni logiche da poter comodamente etichettare e catalogare. Non c’è nulla al mondo che non abbia dentro di sé questa pluralità di elementi: la natura stessa è così, il nostro stesso organismo biologico. Dei problemi e delle disfunzioni che affliggono tanti umani sono allora perfettamente consapevole, e tutt’altro che indifferente: ma mi interessa, anzi mi appassiona, mettere a fuoco innanzitutto come i mutamenti possono essere un’opportunità, come possiamo usarli per migliorare le nostre esistenze.
Facciamo un esempio. Quando parliamo di Rinascimento, tutti pensiamo a un’epoca di splendore, di grandi opere e di uno straordinario avanzamento non soltanto creativo ma innanzitutto umano. Eppure quella erano tempi in cui la durata media dell’esistenza era tragicamente breve, le malattie sterminavano milioni di persone, le guerre duravano decine di anni e provocavano massacri terrificanti, e così via. Però noi –fortunatamente- ci ricordiamo soprattutto il Rinascimento: non perché siamo cinici e insensibili, ma perché è naturale concentrarsi su qualcosa che non ha risolto i drammi immediati di chi esisteva allora ma ha portato enormi benefici all’umanità.
D’altra parte, se il mondo fosse soltanto malvagio –come tanti vanno dicendo- non si spiegherebbe come mai la condizione generale degli umani sia così enormemente migliorata (vi risparmio un elenco interminabile, ma pensateci da voi: in ogni campo e in ogni situazione noi comunque viviamo incomparabilmente meglio di prima). Credo di aver già citato qui una volta Kevin Kelly quando dice che “giorno per giorno il mondo ha semplicemente bisogno di essere migliore dell’uno per cento”. Ecco, io credo che sia necessario occuparci di questo quotidiano uno per cento e di chi lo realizza (tanto più che anche fra chi scrive la stragrande maggioranza non ha occhi che per i problemi e i guasti e le mancanze).
Questo non è pensiero positivo: è pensiero evolutivo. Questo non è ottimismo: è voglia di trovare e di condividere le soluzioni piuttosto che i problemi. Perché non è parlando ossessivamente dei problemi, che i problemi si sono mai risolti: non so allora se scrivere quello che scrivo serva a qualcosa, ma sono assolutamente certo che se ogni volta facessi l’elenco di tutto quello che non va, ecco questo non servirebbe proprio a niente.
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