

Girando per redazioni, studi professionali, in generale luoghi di lavoro collettivi, mi ritrovo quasi immancabilmente a chiedermi chi mai abbia fatto un casting così palesemente sbagliato: in tanti di questi posti la sensazione prevalente è infatti quella di una piatta, desolante mancanza di energia. La vedi sulle facce, nel linguaggio dei corpi, e alla fine nella qualità stessa del lavoro: perché niente di buono è mai nato dove non ci sono slanci, dove non avvampano grandi fuochi.
La cosa è tanto più grave dove si esercitano professioni più inventive: non sono minimamente affetto da alcuna mistica del “creativo”, però in situazioni dove a fare la differenza è - dovrebbe essere - una certa eccellenza ti aspetteresti qualcosa di più che non funzionari, esecutori, gente che fa diligentemente il proprio compitino ma nulla di più. La giustificazione più diffusa è “dedico al lavoro lo stretto indispensabile per conservarmi per la mia vita privata”: ok, ci potrebbe anche stare, se poi non fosse che troppo spesso anche l’ esistenza personale di chi ragiona così è tutt’altro che entusiasmante.
Non si tratta generalmente di cattive persone, ci mancherebbe: semplicemente, neanche con il microscopio troveresti in loro una briciola di ambizione, e poche cose mi sembrano personalmente più tristi e irritanti. Sì, lo so, in nome dell’ambizione si sono commesse porcherie di ogni tipo: ma confondere la fiammeggiante ambizione con l’odioso arrivismo è un equivoco assolutamente madornale, che porta alla fine a gettar via il proverbiale bambino insieme con l’acqua sporca. Per non diventare carrieristi, si diventa perfettamente insignificanti.
Senza ambizione non ci sono imprese, non ci sono conquiste, non c’è - non soltanto nella professione ma neanche nella stessa esistenza privata- una vera realizzazione di se stessi. Darsi obiettivi importanti e nutrire la volontà per conseguirli, perché mai dovrebbe essere qualcosa da cui stare lontani? L’ambizione non è un deplorevole prodotto della società, ma la naturale spinta a eccellere, a realizzare qualcosa di significativo, a sviluppare un tuo talento, a essere l’autore, il protagonista, lo sceneggiatore della tua esistenza. Se tutto questo non lo fai, abbi la dignità di non accampare scuse e cercare alibi: è perché la tua ambizione è misera e/o perché non hai la forza per affermarla.
Sì, è vero, spesso non si capisce perché chi nei luoghi di lavoro si trova in una posizione non decisionale dovrebbe farsi carico degli interessi di quanti stanno ai posti di comando, della loro incapacità di creare un’idea forte, un respiro condiviso. Ma -in ogni caso, in qualunque situazione e circostanza- con un’attitudine al risparmio, al minimo sforzo, non si rende mai un buon servizio a se stessi e alla propria autostima. Nutrire la propria ambizione è la forma essenziale di rispetto per se stessi.
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