

Mentre qui da noi nei giorni scorsi ci si agitava intorno a una questione di croci su schede da mettere in un’urna, un po’ più a ovest e molto più a nord, in una piccola isola lontana da tutto (quella che ha prodotto Bjork e Sigur Ros e tante altre esperienze innovative, e poi anche un vulcano diventato famoso per aver bloccato per qualche giorno il pianeta) si girava una assolutamente fondamentale pagina di storia evolutiva.Â
No, non voglio sottovalutare l’importanza dei referendum e dei loro risultati, niente affatto: ma nessuno può negare che tutte le forme di tradizionale democrazia rappresentativa non ci offrono altra chance che dire sì o no, o delegare qualcuno a decidere per noi. Un po’ poco, mi sembra: soprattutto se pensiamo che le nuove tecnologie di comunicazione e innanzitutto i social network stanno proprio spingendo milioni di esseri umani a scegliere sempre più da sé, a diventare autori di se stessi e produttori di contenuti.
E’ proprio esplorando e valorizzando questa nuova condizione antropologica e comunicativa che il governo islandese ha deciso di riscrivere la costituzione non rinchiudendosi nella separata torre d’avorio degli specialisti politici e legislativi, ma aprendo il confronto e anzi chiedendo i contributi dei trecentomila abitanti dell’isola nel web e nei social network. Ogni settimana viene proposto un articolo della costituzione da reinventare, e i cittadini possono proporre in rete il loro punto di vista, le loro idee, la loro visione del tema in questione.Â
Ecco, lo so che se paragono questo atteggiamento con quello che in Italia spinge alcuni a voler cambiare la costituzione a colpi di leggi imposte e altri a difenderla come se fosse un sacro dogma, lo so che se faccio così sembra che di nuovo io voglia sprezzare un certo modello di pensiero italiano: ed è vero, è proprio così. Perché la scelta di reinventare una costituzione modellandola sui nuovi scenari di un mondo in vertiginoso mutamento mi sembra mille volte più avanzata, più ricca, più appassionante.Â
Se poi questa cosa viene messa in atto allargando i confini della stessa democrazia e chiamando gli esseri umani a essere attivamente e propositivamente compartecipi, questa non può non sembrarmi una scelta davvero essenziale. Pensateci: ai cittadini islandesi viene chiesto – trattandoli non da massa di manovra ma da protagonisti attivi - non di dire piattamente sì o no, ma di esprimere l’intera gamma – articolata, molteplice, non banalmente lineare- del proprio pensiero e della propria visione del mondo.Â
Credo che questa cosa sia destinata a diventare rapidamente un paradigma per tante altre situazioni e tanti altri paesi nel mondo: perché davvero in Islanda hanno aperto una nuova frontiera politica, sociale, comunicativa, antropologica, hanno scoperto e stanno mostrando a tutto il pianeta che la terra della relazione fra stato e cittadini non è più piatta.Â
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