A Milano non ho visto l'apocalisse nonostante le previsioni

di Franco Bolelli

L’altra mattina mi sono svegliato leggendo che un signore inesorabilmente avviato lungo il viale del tramonto ammoniva che noi milanesi ci saremmo presto pentiti e avremmo fatto bene a pregare Dio, e leggendo che altri invece salutavano esagitatamente “la liberazione di Milano” e l’abbattimento di un regime. Poi sono uscito a fare colazione, e la brioche aveva lo stesso strepitoso gusto del giorno prima, e le persone che incontravo non erano cambiate, e neanche i progetti di cui mi parlavano, e insomma in giro non c’era traccia né di apocalisse né di  redenzione.


 


No, non sto sottovalutando il forte valore simbolico del mutamento di sindaco qui a Milano: perché se da una parte è vero che in ogni città del mondo più o meno a ogni elezione è fisiologico cambiare governo e dunque tutta questa enfasi sembra discretamente sproporzionata, dall’altra però la vittoria di Giuliano Pisapia esce dall’alveo della politica tradizionale perché –accanto a tanti residui ideologici- arriva sulle ali di un mondo giovanile più avanzato, più web e meno tv, più in sintonia con il mondo globale.


 


Però ho sempre creduto che un paese e una città non vadano giudicati in base ai loro governi: la vera, essenziale unità di misura sono innanzitutto gli esseri umani, le nostre scelte di vita, le nostre azioni, i nostri gesti quotidiani, quello che facciamo nelle relazioni, nel lavoro, nella nostra intera esistenza. In questo senso Milano –almeno la Milano della progettazione, della comunicazione, dei nuovi modelli e mestieri tecnocomunicativi- non è cambiata affatto con il voto.


 


Perché da che mondo è mondo a determinare i grandi mutamenti evolutivi sono prima –molto prima- le eccellenze inventive, le spinte innovative, e soltanto dopo –molto dopo- la politica, che per sua stessa natura rappresentativa arriva in seconda (terza, quarta..) battuta. E’ un vizio tutto italiano, quello di attribuire alla politica una centralità che da tempo non le compete più. Ripeto, non voglio affatto dire che la politica sia irrilevante: ma è, dovrebbe essere, più un fattore di equilibrio che una forza trainante.


 


Se il progetto per Milano di Pisapia (e di Stefano Boeri, vera punta di diamante del mondo della progettazione) può fare la differenza, è proprio nel senso che è in grado di convogliare quella vitalità innovativa –molto ampia a Milano- che ha sempre avuto scarsa visibilità politica. Un governo della città che funzionasse da facilitatore delle tante energie inventive non piacerebbe probabilmente ai più ideologici fra i fan del nuovo sindaco (che nei prossimi mesi dovrà temere innanzitutto il “fuoco amico”), ma sarebbe quanto di meglio per una città che si ritroverà da qui all’esposizione universale del 2015 ad avere addosso gli occhi del mondo e che ha un tremendo bisogno di strategie e progetti propositivi, non certo di apocalissi o di redenzioni. 


 

01 giugno 2011
 
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