Dialogo con i lettori: “Camilla ti amo”. Davvero bisogna scrivere come se foste dei bambini di 4 anni?

di Oliviero Beha

Vicino a casa mia, a Roma, sul muro di un’antica e trafficatissima via consolare che si chiama Nomentana c’è scritto a caratteri cubitali “Camilla ti amo”. Oggi si direbbe un “tweet”, un cinguettio in rete. Invece è una forma di comunicazione da “murales” vecchia quanto il cucco. E del resto anche la terminologia moderna ha bisogna dell’antico, giacché dici sito e va bene per un luogo archeologico e per un “dominio” internet. Perché scrivo oggi di “Camilla” invece - che so - che della sentenza della Cassazione a proposito della polizia sulla “macelleria messicana” della Diaz, a Genova, nel 2011? Non è più importante di “Camilla”? Sì e no.


Sì, dal punto di vista dei contenuti, no dal punto di vista della forma. Cioè della comunicazione. Cioè di questi articoli, di quello che comunicano, di come lo comunicano ecc. Prendo lo spunto da un lettore che mi fa notare che “volo troppo alto” o detto ancora più semplicemente “non mi faccio capire”. Dovrei scrivere come se mi rivolgessi “a un bambino di 4 anni”. Magari ha ragione, magari sono incomprensibile, o tortuoso, o involuto ecc. E certamente dipende da me farmi capire di più e meglio.


Ma giacché è tutto relativo, e almeno in teoria chiunque ti può accusare di non essere abbastanza chiaro nell’esposizione, di qualunque argomento ti occupi dai “murales” alla Diaz, mi fermo al “bambino di 4 anni” del commento al mio ultimo post. Davvero dovrei scrivere come si scrive per un bambino di 4 anni? Ma un bambino di 4 anni di solito non sa leggere o sa leggere pochissimo, non vi pare? E’ dunque un paradosso? Che fa il verso a un famoso paradosso greco antico, il paradosso di Epimenide, che diceva questo di sé: “Tutti i cretesi sono bugiardi, e io sono di Creta”. Di qui un fiume di logica e di filosofia applicata: se quello è di Creta dunque è un bugiardo, potrebbe non essere di Creta e allora non sarebbe un bugiardo… eccetera eccetera.


Trasferiamolo qui. Se scrivo come se foste tutti dei bambini di 4 anni, sarebbe probabilmente come se stessi scrivendo per nessuno: in questo caso il paradosso dell’estrema chiarezza indicherebbe il silenzio. Se qualcuno è tentato di suggerirmi di farlo, a mia volta segnalo che non è un problema mio o solo mio, posto così, ma vostro o addirittura di tutti. Come si parla alla gente, come si scrive per la gente, quando si è certi di essere compresi, da che cosa dipende, dalla forma espressiva o anche dal contenuto ecc. ecc.? Per esempio qui in ballo c’è la difficoltà della comunicazione. Una cosa come “Camilla ti amo” la possono leggere e capire immediatamente tutti, forse anche a 4 anni, ma semplicemente perché non c’è niente da capire e molto da sentire, oppure da “non” sentire.


Dunque come ci si regola? Si riduce la complessità della forma per “farsi capire da tutti” e contemporaneamente si passa a tematiche “che non hanno bisogno di essere capite”, per le quali comunque non c’è la necessità di sforzarsi, di impegnarsi, di “disturbarsi” a capire o tentare di capire? Vi do un consiglio senile. Provate a sperimentare questo sistema di analisi su tutto ciò che trovate in questo portale, notizie, opinioni ecc. Se la strada è quella del “bambino di 4 anni”, sono certo che è quella sbagliata o meglio quella che ci fa o ci farebbe regredire (cioè, detto per un bambino di 4 anni, “andare indietro” e per un giovane di 20 “deresponsabilizzarsi” e per un uomo maturo “imbarbarirsi” ecc.). E’ vero, “Camilla ti amo” non ammette ambiguità, mentre sul resto si può e magari si deve discutere: dunque ci si deve mettere in gioco. E allora che vogliamo fare, pelandroni?

06 luglio 2012
 
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