Tra San Pietro e San Giovanni, siamo proprio un Paese di santi

di Oliviero Beha

Vivo a Roma, e mi aspetta una domenica particolare: milioni (?) al plurale per la beatificazione di Giovanni Paolo II, per una volta senza allusioni a Marcinkus e allo Ior, milione (?) al singolare per la Festa dei Lavoratori e il concertone del 1 maggio presentato da Neri Marcorè, una delle migliori persone e dei migliori `teatranti` oggi sulla piazza, non solo quella di San Giovanni. E mancava solo per questo triangolo delle Bermude di moltitudini la concomitanza di Lazio-Juventus, posticipata alla sera di lunedì 2. Pensate: San Pietro, San Giovanni e San Olimpico mischiati, in un trip molto laico, molto religioso e molto tifoso, laddove il tifo che una volta assorbiva parecchio di una sottospecie o sopraspecie di religiosità (la squadra di calcio come una `fede`) adesso è purtroppo quasi sempre miccia di altre tensioni.



Mi contenterò di trovare un posto di osservazione, da dove veder sfilare le due categorie di partecipanti, credo facilmente riconoscibili…Stare fermo in un punto, osservare i pellegrini e i Papa-boys e le torme sindacali o sindacalizzate o caratterizzate dal lavoro precario (altro santo, San Precario, che oggi contende la palma a San Pietro e San Giovanni), dalla mancanza di lavoro, dalla testimonianza politica in un momento in cui la torta del potere sta andando a male nel suo complesso risultando immangiabile e anche inguardabile.



La guerra in Libia come evidenziatore di una politica vuota e assai più belligerante tra sé e sé, all'interno della maggioranza ma anche dell'opposizione, che non sui cieli africani: che spettacolo ragazzi, un'Italia incasinata e impresentabile come mai forse negli ultimi cinquant'anni, impreparata, infida,strumentale e strumentalizzante in tutte le manifestazioni della sua classe dirigente, in primis quella politica chiamata a decidere. Naturalmente a partire dal maggiore in grado, l'amico di Gheddafi che ora lo bombarda a malincuore come se di mezzo ci fosse la pelle dei libici ribelli e non i pozzi di petrolio. E via tutti a strapazzare la Costituzione, a dirsi e contraddirsi nel peggio meglio se in tv, mentre il Paese assiste stordito e ancora e sempre troppo tifoso, senza un minimo di raziocinio.



E intanto l'Unione Europea boccia il reato di clandestinità, su cui si fondava, si fonda e si fonderebbe tutta la politica italiana verso gli immigrati, profughi, rifugiati o `rompicoglioni` che siano o vengano ritenuti. Si vede tutto questo e altro ancora da quell'osservatorio da cui vedrò passare quelli diretti a San Pietro e quelli invece convogliati o autoconvogliati a San Giovanni, in un giorno che dovrebbe essere di festa onomastica e animistica e invece difficilmente lo sarà, assediati come siamo da una realtà che non dà tregua specie se non si sa come affrontarla.



Nel marasma, giacché questo tipo di scenari non è né nuovo né tantomeno allegro, qualche fiammella e un'esortazione: andate a votare ai referendum, almeno a questi, sono troppo importanti le questioni in discussione. Bocciate il nucleare, che non ha senso e che sta disvelando tutti i suoi contorni affatto scientifici e molto politico-economico-affaristici con gravi rischi per la sicurezza generale. Riprendetevi l'acqua, bene non negoziabile come fosse un pannolino o una lavatrice. Inorridite di fronte al legittimo impedimento, chiedendo più giustizia e meglio funzionante e non mezzucci anticostituzionali per salvare la ghirba di Berlusconi ma anche di alcuni altri gentiluomini che fanno parte della stessa risma anche se travestiti da oppositori.



Qualcosa da fare c'è, non un fantomatico `governo degli onesti` assai difficile da stabilire, ma una rete di comuni virtuosi, di amministratori locali responsabili (aggettivo senza né virgolette né maiuscole), di cittadini disposti a dividersi sulle questioni ma non aprioristicamente su posizioni ormai politicamente friabili o addirittura polverizzate dalla realtà. Nel frattempo, occhio alle migrazioni per Roma per capire dove stanno davvero i Beati…

29 aprile 2011
 
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