Sfollati in Iraq: "Non c'è fine al peggio"

Sfollati in Iraq: 'Non c'è fine al peggio'
di WFP - Programma Alimentare Mondiale

Quattro iracheni sfollati a causa del conflitto raccontano la loro storia di forzato abbandono delle case e dei loro cari.

Quattro sfollati iracheni a Basra raccontano la loro storia su come sono stati costretti a lasciare le proprie case e sulle persone che hanno lasciato. Alcuni non sanno nemmeno se i loro cari sono ancora vivi. Al momento, oltre al loro stress emotivo, devono lottare per assicurarsi il cibo necessario poiché il WFP ha dovuto dimezzare le razioni alimentari a causa della grave mancanza di fondi per la risposta all’emergenza in Iraq.

Abdulwahab Razooki Mahmoud, 76 anni.
“In cosa spero? Ormai non ho più speranze…ecco tutto.”

Abdulwahab è fuggito da Mosul a Basra, città da cui proviene, con sua figlia e suo nipote. In precedenza aveva vissuto per sette anni a Mosul con i suoi quattro figli e le rispettive famiglie finché dei membri di un gruppo religioso armato che si è impadronito di grandi zone in Iraq non hanno fatto irruzione a casa sua. Hanno preso i suoi figli e il nipote più grande e lasciato il bambino più piccolo, che ora è con lui.

“Non tornerò più nella mia casa. Non ho nessuno lì. Non so se i miei figli sono vivi o morti. Se la situazione migliora, penso che andrò solo per vedere se i miei figli sono ancora vivi”.

“Non abbiamo soldi qui e il cibo adesso non basta. È così che viviamo ora. Era molto meglio prima; ricevevamo un pacco completo di cibo con cui potevamo andare avanti per un mese intero, al contrario di adesso.

“In cosa spero? Ormai non ho più speranze…ecco tutto.”

Hassan Hamada Ali, 25 anni. “Mi manca la mia famiglia, mia madre e mio padre più di tutti, mi manca la mia città.”
Hassan è scappato dalla sua città all’inizio di quest’anno dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira quando si è rifiutato di unirsi ad un gruppo armato. Ha terminato un master in Fisica che aveva già iniziato all’università di Kirkuk.

“Speravo di vedere di nuovo la mia famiglia appena terminata la laurea, ma non ho potuto. È diventato più difficile vederli poiché i gruppi armati continuavano a chiedere di me, perché me ne ero andato e dove fossi. Perfino chiamare la mia famiglia è diventata un’impresa. Spesso passo mesi senza sentire le loro voci.

“Le famiglie che sono giunte qui sono arrivate senza nulla. Non hanno un reddito e non ci sono lavori; l’assistenza alimentare era la colonna portante della vita qui in questo campo. Con razioni alimentari più ristrette e senza opportunità di lavoro, le persone stanno iniziando a lasciare questo campo verso l’ignoto.

“Mi manca la mia famiglia, soprattutto mia madre e mio padre, mi manca la mia città.”

Mezher Nimaa Hasan Al Juburi: "Lo abbiamo baciato e lasciato senza dirgli che ce ne stavamo andando.”
Mezher e sua moglie sono fuggiti dagli scontri tra gruppi armati e forze del governo a Salah Al-Din, nella provincia di Al Anbar nel nord dell’Iraq. Sono arrivati a Basra a luglio dopo un viaggio pericoloso passando attraverso Ramadi fino a Razaza, spingendosi fino al ponte Bzebez verso Baghdad. Da lì, sono saliti su un treno per Basra. Come la maggior parte degli sfollati, hanno lasciato le loro case con quasi nulla, ma Mezher e sue moglie hanno anche lasciato un pezzo del loro cuore a casa: il loro nipote adottivo.

“Lo abbiamo baciato e lasciato senza dirgli che ce ne stavamo andando. Abbiamo dovuto camminare per cinque giorni nel deserto e nella polvere, affrontando fame e sete. Non sarebbe sopravvissuto a un viaggio del genere. I miei genitori si prendono cura di lui adesso.

“Mia moglie piange ogni volta che pensa a lui o vede una sua foto; o anche se vede un altro bambino camminarle davanti.

“Adesso ci viene dato metà del cibo che ricevevamo prima ed è davvero difficile per noi, e siamo solamente due persone. Immaginate come deve essere per famiglie più numerose. Non dovevano comprare cibo prima, ma ora hanno un ulteriore problema a cui pensare.

Salwa Hasan Saied. “Busso alle porte delle persone; busso alle porte delle moschee per chiedere del denaro per me e i miei due bambini con cui vivere.”

Salwa viene dalla periferia della città di Abu Ghraib e racconta che questo è il secondo anno che vive in un campo per sfollati in Basra.

“Mio marito mi ha chiesto di prendere i nostri due figli e andarcene, e ha detto che ci avrebbe raggiunto presto. Non l’ha fatto. Lui e il nostro vicino sono saliti su una macchina e non sono mai tornati. Di lui si sono perse le tracce. È sparito e non si è più visto da allora.

“Non ho nulla qui. Nessuno e neanche il cibo che ho ricevuto mi hanno aiutato a sfamare i miei figli e vivere in dignità. Adesso, busso alle porte delle persone; busso alle porte delle moschee per chiedere del denaro per me e i miei due bambini con cui vivere. Vivo della carità delle persone.”