Alzheimer e Parkinson, scoperti due farmaci che ne bloccano la progressione

Alzheimer e Parkinson, scoperti due farmaci che ne bloccano la progressione
di R.Z.

Un team di ricercatori del Medical Research Council (MRC), nel Regno Unito, ha individuato due farmaci che impediscono la morte delle cellule cerebrali in modelli murini di malattie neurodegenerative. I risultati, estremamente promettenti, fanno sperare in una possibile cura contro il morbo di Alzheimer, come anche contro il Parkinson. I medicinali testati sono nello specifico un antidepressivo, già sul mercato e che dunque non necessita di approvazioni da parte delle agenzie per il farmaco, e un composto derivato dalla liquirizia attualmente in fase di test come un farmaco anti-cancro. L’azione combinata dei due medicinali sarebbe in grado di bloccare la morte delle cellule cerebrali, di ridurre il restringimento del cervello e di ripristinare la memoria in modelli murini di demenza frontotemporale e malattie da prioni. L’equipe, guidata dalla professoressa Giovanna Mallucci dell’Unità di Tossicologia MRC, ritiene che la scoperta possa portare allo sviluppo di trattamenti efficaci già entro i prossimi 2-3 anni.

Attesa per la sperimentazione sull'uomo

Una ulteriore sperimentazione, come studi clinici sull’uomo, saranno necessari per determinare la sicurezza e l’efficacia dei composti per il trattamento delle malattie neurodegenerative. Il fatto che uno dei due composti sia già in uso per il trattamento della depressione potrebbe tuttavia accelerare il processo. I medicinali usati per lo studio, i cui risultati sono stati ripresi dalla rivista Brain, sono il Trazodone e il Dibenzoilmetano (DBM) . Con il termine “malattia neurodegenerativa” vengono indicate una moltitudine di patologie che coinvolgono il cervello, con danni e perdita di cellule cerebrali. Il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica sono soltanto tre delle patologie definibili “malattie neurodegenerative”. In uno studio pubblicato nel 2013 la professoressa Mallucci e il suo team hanno scoperto un percorso specifico che contribuisce alla morte delle cellule cerebrali. I ricercatori hanno scoperto che le proteine mal ripiegate nel cervello - abbondanti nel cervello dei pazienti affetti da morbo di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative - attivano la risposta di una proteina che ostacola la produzione di nuove proteine nelle cellule cerebrali. Questo “affama” le cellule del cervello, fino alla morte.

Sperimentazione ha consentito di individuare 2 farmaci

Nello studio del 2013 il team ha utilizzato un farmaco sperimentale per riattivare la produzione di proteine nelle cellule cerebrali, ma il composto è risultato tossico per il pancreas e pericoloso per la sperimentazione umana. I due composti ora identificati dal team britannico non solo si sono dimostrati efficaci per prevenire la morte delle cellule cerebrali “nei topi”, ma si sono dimostrate anche tollerabili dall’organismo, causando minimi effetti collaterali. Per il nuovo studio l’equipe della ricercatrice ha testato oltre 1.000 composti sui nematodi o Caenorhabditis elegans. I nematodi hanno un sistema nervoso funzionante e sono comunemente usati per lo screening di farmaci che potrebbero essere efficaci nei mammiferi. Alcuni dei composti testati hanno mostrato la capacità di ripristinare la produzione di proteine nelle cellule cerebrali dei modelli di topo di malattie da prioni, nonché la memoria dei roditori.

Effetti collaterali minimi per entrambi i medicinali

Un “emozionante primo passo” per il trattamento di malattie neurodegenerative. I ricercatori dovranno ora condurre studi clinici per determinare la sicurezza e l’efficacia di Trazodone e DBM per il trattamento di malattie neurodegenerative negli esseri umani. Trazodone è il candidato più promettente, dal momento che la sua sicurezza è già stata stabilita negli esseri umani. “Sappiamo che il Trazodone è sicuro da usare negli esseri umani - ha concluso la professoressa Mallucci -. In un trial clinico è ora possibile verificare se gli effetti protettivi del farmaco che osserviamo nelle cellule cerebrali nei topi con neurodegenerazione, vale anche per le persone nelle prime fasi della malattia di Alzheimer e nelle altre demenze. Potremmo sapere in 2 o 3 anni se questo approccio può rallentare la progressione della malattia, sarà un primo passo molto emozionante nel trattamento di questi disturbi”.

Riferimenti