
L'urlo di Marco Tardelli che segna il due a zero dell'Italia contro la Germania e la tripletta di Paolo Rossi contro il Brasile di Falcao. Sono forse queste le immagini del calcio che più sono rimaste impresse nella mente di chi, come me, era troppo giovane per gioire del mitico scudetto del Cagliari, ma era un ragazzo nell'82, anno della vittoria italiana ai mondiali di Spagna. C''è sempre una grande gioia quando Davide riesce a sovvertire i pronostici e battere sul campo il favorito Golia. Ci pensavo domenica qundo il mondo del calcio si è fermato di fronte alla drammatica morte del giocatore del Livorno Piermario Morosini.Le immagini di un ragazzo di venticinque anni che si accascia in mezzo al campo, immediatamente e impietosamente trasmesse in tempo reale su internet, hanno commosso tutti. Soprattutto alla luce della descrizione che chi ha avuto modo di conoscerlo ha fatto di questo ragazzo: amatissimo dai compagni di squadra e dagli amici, Morosini credeva con tutto il cuore in quello che stava facendo, considerava lo sport una vera palestra di vita e cercava di trasmetterlo agli altri. La sua morte, qualunque sia stata la causa, è comunque uno spunto per riflettere su ciò che è diventato oggi il mondo del calcio.
Trent'anni fa la domenica pomeriggio c'era l'appuntamento con la partita: lo stadio o in alternativa Tutto il calcio minuto per minuto da ascoltare alla radio. Poi tutti davanti alla tv per vedere i gol a Noventesimo minuto e, a fine serata, la Domenica sportiva. Il mercoledì le squadre migliori giocavano le coppe europee. Oggi invece ci sono i diritti televisivi, la pay tv, pubblicità a go go. E soldi a fiumi. Oggi si gioca la domenica, ma anche il sabato, il venerdì, il giovedì, il mercoledì e il martedì. Persino il lunedì. Anche lo scopo del gioco pare essere mutato: prima tutti i giocatori sognavano il momento magico, il gol nella porta avversaria. Ora c'è chi invece viene pagato per fare gol nella propria porta. Prima c'erano le bandiere, i giocatori che rinunciavano a guadagni da sogno per restare nella propria squadra come il nostro Gigi Riva. Ora i giocatori di questo tipo, quelli che rendono vero il gioco del calcio, si contano sulle dita di una mano: Del Piero, Totti. Chi come me si è innamorato di questo sport da piccolo, lo ha praticato e ha sempre visto nello sport un insegnamento fondamentale di lealtà e sacrificio non può che fare un'amara considerazione: il calcio è stato ammazzato dai soldi.
I ritmi forsennati, cadenzati esclusivamente dagli interessi economici, mettono in un tritacarne i giocatori, sottoponendoli a enormi pressioni fisiche e psicologiche. Forse gli esami autoptici diranno che Morosini soffriva di un problema congenito e che la sua morte è stata una tragica fatalità, ma è innegabile che questi ritmi forsennati sono insostenibili per il fisico dei calciatori professionisti, che seppure fuoriclasse sono prima di tutto esseri umani. Tanto che in questi giorni di lutto, mentre qualcuno continuava a polemizzare su come recuperare il turno di campionato perso, alcuni indiscussi campioni hanno posto con forza il problema del lavoro massacrante cui sono sottoposti. I grandi burattinai del calcio, circo mediatico che ormai non viene scalfito più neppure dalla morte, dagli scandali e dalla corruzione dilagante, dovrebbero veramente fermarsi a riflettere e, una volta tanto, rendere conto del loro operato ai tanti appassionati che ancora credono in questo sport e ai tanti calciatori come Piermario Morosini che praticano il calcio come un'onesta professione. E' normale che i fuoriclasse possano essere pagati un po' di più degli altri calciatori, ma certi ingaggi milionari sono fuori dalla realtà. L'equità e la giustizia devono sempre essere la stella polare, soprattutto se si considera che ci sono tantissime società dilettantistiche che non hanno i soldi neppure per comprare l'attrezzatura per i loro giocatori. Bisogna aiutarle. Ma soprattutto bisogna tutelare la sicurezza dei ragazzi che praticano lo sport.
Il Parlamento dovrebbe emanare una legge per la sicurezza che finanzi le indispensabili apparecchiature per il primo soccorso ovunque si pratichi qualsiasi sport. Non solo per tutelare i grandi calciatori nei campi di serie A, ma anche e soprattutto nei campetti di periferia dove i ragazzini si allenano per divertirsi, sognando magari di diventare futuri campioni. Forse si dovrebbe ripartire da lì. Da quei sogni. Tutti vorremmo che lo sport più bello del mondo tornasse ad essere simboleggiato dall'urlo di gioia di Marco Tardelli, testimonianza nello stesso tempo di entusiasmo e lealtà sportiva. L'urlo di chi quasi non riesce a credere di aver compiuto un'impresa esclusivamente con il proprio sudore e il proprio sacrificio. Riuscire a riscoprire questi valori fondanti dello sport forse aiuterebbe, almeno in parte, a dare un senso alla morte di un ragazzo di venticinque anni che ha commosso tutta l'Italia.
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