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Cervelli in fuga: È forse l'unico sciopero efficace contro la crisi?

di Stefano Simola

In occasione dell'ultimo corteo organizzato dalla Cgil il 20 aprile, la segretaria generale del sindacato Susanna Camusso ha espresso le sue preoccupazioni riguardo all'attuale “condizione sociale del nostro paese, ritenuta ormai insopportabile“. Dalle fila della manifestazione romana, la segretaria ha inoltre comunicato la decisione di organizzare l'ennesimo sciopero generale per esprimere il proprio e “collettivo” dissenso nei confronti delle scelte di governo che, attraverso la riforma dell'articolo 18, ha penalizzato ulteriormente le già disastrate condizioni di migliaia di lavoratori italiani.


La notizia di un nuovo ed eventuale sciopero ha ricevuto la tiepida accoglienza del leader della Cisl Raffaele Bonanni, il quale si è mostrato piuttosto scettico sull'utilità paventata dalle possibilità di questa consolidata pratica di dissenso. “Non si può fare uno sciopero generale al giorno”, ha replicato di fronte ad un'eventualità che vede prendere strade opposte da chi dirige le fila della nostre proteste di massa.


L'attuale contesto socio-politico italiano non gode certamente di buona salute. Ma è anche vero che solitamente l'unica risposta che viene escogitata per dimostrare l'aperto dissenso ad una situazione ormai insostenibile, sembra prendere inevitabilmente le forme dello sciopero o della manifestazione generalizzata, magari in piazza, con tanto di cortei, bandierine e slogan che cercano in qualche modo di scalfire l'opinione pubblica e sensibilizzare le fasce silenziose di potere sulle problematiche della nostra società inesorabilmente in de-crescita. Non una felice decrescita, come intelligente e misurata forma di contenimento allo sviluppo, ma come l'epilogo di un paese che muore lentamente.


Lo sciopero è stato in passato lo strumento attraverso il quale migliaia di lavoratori hanno potuto rivendicare il proprio diritto a migliori condizioni di lavoro e salari più alti, e ha costituito la base di una certa garanzia sociale.


Ma al giorno d'oggi viene da chiedersi quale sia effettivamente l'utilità di questi incontri sociali organizzati che spesso vengono calendarizzati con largo anticipo e localizzati nei dintorni di una festività o di un ponte del fine settimana. La notevole frequenza attraverso la quale si esprimono ogni anno le proteste di specifiche fasce di lavoratori italiani dimostra da un lato l'elevata insoddisfazione che regna nel nostro paese, ma dall'altro, la cadenza di queste agitazioni popolari in precisi e pre-ordinati periodi dell'anno, consegna alla protesta organizzata più il significato di una ricorrenza festiva che il tentativo di far sentire la propria voce.


È quindi più che comprensibile l'opinione di chi esprime ragionevoli dubbi sull'efficacia di uno sciopero quotidiano. Perché per quanto esso possa essere animato dalle più sane e oneste intenzioni, in questo modo non possiede più la forza per costituirsi quale fenomeno di rottura e di rivendicazione di un proprio ideale civile.


Forse l'atto di astensione dall'attività lavorativa non è più in grado di produrre un reale e concreto cambiamento nelle scelte di governo e nella sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Il ricorso a questo strumento di protesta viene inevitabilmente vanificato perché disperso all'interno delle miriade di manifestazioni che impegnano ogni anno il calendario delle attività parastatali, soprattutto dal momento in cui la generalitàdichiarata di uno sciopero si esprime attraverso la parzialità di un gruppo e non di una collettività più ampia.


Di fronte ad orizzonti lavorativi sempre più lontani e caratterizzati dall'incertezza crescente di una qualche stabilizzazione anche all'interno della tanto vagheggiata mobilità dei tempi moderni, possiamo scorgere nuove forme di protesta che forse, in un futuro non così remoto, riusciranno realmente a destare il governo dal proprio sonno in materia di politiche di sviluppo e decreti sulla crescita.


Il fenomeno tutto italiano della fuga dei cervelli esprime la decisione privata di chi cerca altrove migliori possibilità di realizzazione e di inserimento lavorativo. Se da una parte risulta naturale considerare questo fenomeno come sviluppo fisiologico di un mercato del lavoro globalizzato, dall'altra le stime sull'attuale contesto italiano sembrano disegnare i contorni di un processo migratorio a senso unico che continua a crescere nel tempo spopolando e impoverendo il paese di una fondamentale porzione di capitale umano.


Se gli effetti di questa migrazione forzata giungessero un giorno fino alle conseguenze di un futuro apocalittico in cui a regnare troveremmo un deserto e non una buona base di capitale umano, sarebbe come assistere agli effetti del migliore fra gli scioperi o delle manifestazioni di piazza.


La ricerca di un posto al sole, lontano dalle nubi italiane, è ricerca di migliori condizioni lavorative ma in fondo è anche astensione privata dal non-lavoro e dalle prospettive di una vita che non si vuole accettare.

23 aprile 2012
 
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