

La crisi ha cambiato tutto: l'economia, le istituzioni finanziarie, il nostro modo di fare politica economica e la nostra teoria economica. Eppure, per i programmi di insegnamento universitari, tutto resta come prima. Come trenta anni fa, gli studenti seguono prima un corso di microeconomia e poi uno di macro. Il problema è la separazione netta tra le due parti. I docenti dovrebbero invece affrontare fin dall'inizio, direttamente e in un modo adeguato, le questioni che la realtà economica contemporanea pone davanti agli occhi, nella vita e nelle tasche di tutti.
Si discute molto, e giustamente, seppur spesso nel modo giuridico-formale tipico della cultura del nostro paese, di riforma dell'università e di formazione delle classi dirigenti, la quale non può che avvenire principalmente nelle università. Un fatto, tuttavia, colpisce. Non si discute mai dei contenuti dell'insegnamento. Queste bellissime scatole che disegniamo, serviranno a insegnare che cosa? Su ciò, non una parola. Eppure, il contenuto e il modo dell'insegnamento non sono affatto cose scontate, non sono qualcosa di cui ci si potrà occupare, se mai, dopo, a riforma avvenuta (quando?) - come se i saperi fossero qualcosa di distaccato dalle istituzioni che ci diamo e abbiamo e da quanto accade nel mondo in cui viviamo, e pertanto dati una volta per tutte. È una questione urgente, che va discussa e affrontata subito e che, per di più, ha il vantaggio di poter essere risolta subito, senza dover introdurre alcuna nuova legge o regolamento.
La crisi non cambia i programmi - La più grave crisi economica e finanziaria dalla Grande Depressione del secolo scorso non può avere cambiato profondamente, come ha fatto, l'economia, le istituzioni finanziarie, il nostro modo di fare politica economica e la nostra teoria economica, e non anche il nostro modo di insegnare l'economia. Ma, se andiamo a vedere i programmi di insegnamento, tutto risulta essere come prima (prima, cioè, della crisi): business as usual, nell'insegnamento dell'economia.
Nel primo anno - che, in verità, come tutti sanno, è, dal punto di vista culturale, formativo e civile, il più importante e decisivo - si continua a insegnare l'economia come si faceva trent'anni fa, con pochissimi marginali ritocchi. I maggiori, ovviamente, nella parte di macro, quella più legata all'evolversi delle istituzioni. Prima un bel corso di microeconomia, che dia i fondamenti rigorosi della materia e, poi, un bel corso di macro che, sulla base di quei fondamenti, spieghi il funzionamento dei mercati a livello macro e questioni come la crescita economica e l'inflazione. La stessa sequenza viene seguita anche in quei corsi introduttivi in cui si insegnano in uno stesso corso tutti i `Principi di economia`, sia micro sia macro.
Il problema non è tanto quello della sequenza: prima la micro, poi la macro. Ma, piuttosto, quello della separazione netta tra le due parti, così netta che, quasi dappertutto, vengono insegnate in due corsi distinti, da docenti distinti. Credo che la separazione sia stata introdotta da Paul Samuelson, nella prima edizione del suo celeberrimo manuale di economia, in cui, tuttavia e significativamente, la prima parte era costituita dalla macroeconomia e la seconda dalla microeconomia, ordine da lui stesso invertito in seguito. Ebbene, se questa separazione ha mai avuto un senso, oggi, davvero, non ce l'ha più - ed è proprio la crisi in corso a mostrarcelo con inequivocabile, assordante evidenza. Anche a chi, per caso, non se ne fosse accorto prima. Faccio degli esempi: li traggo da un collega di Stanford che queste cose le ha capite. La teoria dei tassi di interesse è micro o macro? Il moral hazard è micro o macro? La politica monetaria (macro) non dovrebbe focalizzarsi su obiettivi e settori specifici (micro)? L'analisi dei mercati finanziari, della Borsa e dei mercati immobiliari - di cui evidentemente non possiamo non estendere il `coverage` per i nostri studenti anche del primo anno - sono temi micro o macro? È evidente che queste distinzioni, oggi, non abbiano veramente più alcun senso.
Ma se così è, allora non ha neppure più alcun senso tenere separate due parti dell'economia (quali?) e continuare a mantenere in piedi un'impostazione didattica ormai del tutto superata dagli eventi economici stessi. Bisogna invece provare a fare, e da subito, corsi ‘integrati', attenti agli argomenti in se stessi più che alla loro (presunta) appartenenza a un (artificioso) sub-settore disciplinare. Il nuovo semestre inizia il 15 febbraio: personalmente, mi impegno a mettere in pratica quanto qui ho scritto, innovando completamente la didattica. In questo modo, si possono e si devono fare anche corsi più attuali e interessanti per gli studenti (molti dei quali non faranno mai gli economisti, e c'è da stupirsene, se continuiamo a proseguire coi vecchi programmi?) mostrando loro subito la rilevanza assoluta delle cose che insegniamo.
Che cosa diremmo di un fisico che insegnasse oggi la fisica come la si insegnava trent'anni fa? Di uno storico contemporaneo che, dopo l'11 settembre, non mettesse al centro del suo insegnamento lo scontro tra Islam e mondo occidentale? O di un medico che non insegnasse le più recenti terapie? Non potremmo, una volta tanto, cercare anche noi di essere all'altezza del nostro tempo, di non essere sempre in ritardo, e di fare come fanno a Stanford? Noi `economisti politici` non ci lamentiamo forse sempre di perdere studenti a favore di altre materie e del loro disinteresse verso la nostra disciplina? Certo che se continuiamo a insegnare l'economia senza affrontare fin dall'inizio, direttamente e in un modo adeguato, le questioni che la realtà economica contemporanea pone davanti agli occhi, nella vita, e nelle tasche di tutti, perseverando in un tipo di insegnamento obsoleto e stantio, in formale ossequio a un presunto rigore (che, nella sostanza, non c'è, e che comunque può essere meglio sviluppato in corsi più avanzati) e in sostanziale e colpevole acquiescenza alle nostre inveterate abitudini accademiche e alla nostra pigrizia intellettuale, non ci potremo davvero più lamentare. E agli occhi del mondo che ci guarda e che continua ad aspettarsi da noi una guida sicura nella presente tempesta (penso qui soprattutto alla nuove generazioni), confermeremmo soltanto la nostra inettitudine, il nostro declino e la nostra irrilevanza. O, almeno, di gran parte della nostra professione.
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