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Il caso Villaggio e i soliti indignados in servizio permanente effettivo

di Nicola Montisci

La solita battuta fredda di un comico e si scatena il solito finimondo di "indignados accallonados" in servizio permanente effettivo.


L'esercito di quelli che si offendono per il Villaggio dell'occasione si è riattivato alla grande. Quello, per intenderci, che non sa nulla della storia isolana e che quando qualcuno definiva i nuraghe dei "magazzini" rideva e applaudiva. 


Perchè, se ci pensate bene, il salto da una battuta all'altra è davvero minimo, come è minimo il sentirsi sardi solo in questi momenti di cronaca, di battute e uscite di cui non resterà traccia tra due o tre giorni.


 Ci si sente sardi oramai in queste occasioni: quando qualcuno "tocca la tua terra" con una frase che crea confusione e rimette assieme le truppe cammellate di persone che non conoscono neanche la casa o il suolo su cui sono nati, non sentono un legame, si guardano in cagnesco con la persona che sta al proprio fianco. Persone, per intenderci, che si esaltano quando il Cagliari gioca col Napoli o con la Juve, e in qualche altra occasione. Dimenticandosi la nostra condizione, le nostre difficoltà, i nostri errori di anni. Dimenticandosi quanto un sentimento profondo non sia una bandiera da alzare non appena c'è un po' di vento e poi ammainarla per il resto.


 Se Villaggio ironizza sulla Sardegna poco importa. Siamo abituati a uscite fuoriluogo. Di comici e soprattutto di politici, quel che è più grave.


Bisognerebbe offendersi se davvero questa battuta toccasse il nostro orgoglio. Ma qual è il nostro orgoglio dell'essere sardi? Mi sfugge. Se ci fosse, sarebbe un po' basso se non a corrente alternata: non si accende mai in occasione dei grandi drammi della nostra terra, quando si parla di "classe poltica regionale e nazionale" che per anni ha depredato e depreda il nostro patrominio e le nostre bellezze, con promesse di sviluppo, lavoro e opportunità. "Sa politica" che ha comprato la nostra fiducia con le cene elettorali a base di malloreddus e porchetto (e lo rifarà alle prossime regionali), e continua a tenerci in uno stato di semilibertà, dipendenti sempre da qualcosa e qualcuno. Da un'assunzione nelle Asl, dal favorino nelle amministrazioni, dall'accozzino per far passare i progettini, da una terra da cui viaggiare costa ancora troppo.


 Ma il sardo dimentica presto, si offende per poco, s'ammazza con il correggionale che emerge e vale. Quello sì, da bastonare perchè "se io non ci riesco, non ci devi riuscire nemmeno te". Non riesce mai a pensare oltre, a fare un salto di qualità identitario che basterebbe per dare un sonoro calcio nel sedere a tanti finti "innamorati della sardegna" che si sono succeduti, dai palazzi della regione e a quelli del Governo.


 Poco fa su Videolina andava in onda una bellissima trasmissione che si chiama "Vent'anni fa". Servizi e reportage sulla Sardegna intorno al agli anni 90. Era interessante osservare che, cambiati forse i colori e la perfezione dei filmati di fronte all'usura del tempo, i problemi erano gli stessi di oggi. I disoccupati, le strade, il problema trasporti, la povertà e lo spopolamento. Scioperi nelle fabbriche e nelle industrie, sindacati in piazza e politici che promettevano "la rinascita". Qualche faccia è rimasta, ancora sorridente, a fare politica. 


 Ebbene offendetevi pure per Villaggio, io mi offendo più per il fatto che in vent'anni (ma potrei dirne anche trenta o quaranta) la Sardegna non è andata avanti neanche di un millimetro. Al limite ha tenuto la stessa posizione. E le colpa non è di fantozzi.

10 gennaio 2012
 
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