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Sguardi metropolitani nella città di Cagliari che cambia (in peggio)

di Gianmichele Deiana

Non è necessario essere un economista, per capire cosa è la fantomatica crisi: basta andare un po' a zonzo e guardarsi intorno. Notare i piccoli cambiamenti nel tessuto urbano e produttivo, e notare più di tutto le dissonanze dello stesso tessuto, come nodi in una trama.

E' da queste dissonanze che si può capire come quella che tutti chiamano crisi (ora calcando la “R” ora la “S”) ce l'abbiamo sotto gli occhi da tempo. La crisi mica sono i lavori che non ci sono, o i soldi che non vengono investiti, macché! La crisi la si può vedere proprio nelle strade di una piccola – o grande che sia – città. E' fatta di una nuova tipologia di esercizi commerciali, inesistenti o rari fino a qualche anno fa. Agenzie di acquisto d'oro usato (e argento, e platino, a breve arriverà anche “Compro rame”) dietro ogni angolo; agenzie di scommesse di ogni tipo (mica solo robe di cavalli: quelli non corrono più e si stanno trasformando pian piano in bistecche); mercatini dell'usato dove vendere e comprare di tutto, a poco; discount alimentari nelle vie del centro, manco fossero gioiellerie.

Il tutto condito da una pletora di cartelli “Affittasi-vendesi-cedesi-locasi-donasi-pigliatevillo”. Questa è la crisi, altro che cavoli. La crisi, forse, è semplicemente la cartoleria che non c'è più, la libreria che ha chiuso, la gastronomia fallita, il frutta e verdura sparito. La crisi, forse, è semplicemente quella cosa che non si trovano più un sacco di cose, in giro, e a meno che non si abbia da vendere oro (o argento, o platino, o rame) o da scommettere sulla finale di coppa Rimet, tanto vale andare ai giardinetti...

24 marzo 2012
 
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