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L'era del superficialismo tra forme di pensiero sintetiche e rapporti sociali a distanza

di Tony Carboni

Più mi guardo attorno e più ho modo di notare, nei rapporti tra le persone, una marcata tendenza ad essere superficiali. Questo accade nel parlare e nell'esprimere opinioni e fatti, nel valutare le altre persone, nell'ottenere cose fatte (a discapito della qualità), ecc.

L'era del superficialismo si manifesta attraverso comportamenti che non badano più al concreto ma alla pura apparenza, che deve bastare a dare un'immagine temporanea di un qualsiasi prodotto dell'operato umano: dal lavoro svolto, ai servizi al pubblico, alle relazioni sociali e a quant'altro si possa includere. Tutto parrebbe quindi ricondursi ad un impegno sbrigativo che richieda poca energia ma che, agli occhi della gente, possa apparire “esteticamente rifinito”. Che poi quella cosa non duri, sia falsa o non si regga da sola, beh, parrebbe sia un problema da attribuirsi a chi la riceva.

Questo modus operandi é l'eco del pensiero consumistico in cui siamo cresciuti che vede, ad esempio nella ricerca tecnologica, lo studio di nuovi materiali, accostamenti ed assemblaggi al fine di ottenere una funzione temporanea in ogni cosa prodotta o fintanto che una eventuale garanzia ne copra un breve periodo di utilizzo. Ecco accadere lo stesso anche nelle forme di pensiero, divenute astratte e sintetiche anche nei rapporti sociali e nelle attività più comuni e basilari.


E' l'esempio della scuola dove i programmi didattici debbono apparire complessi e suonare quindi come l'ultimo ritrovato in materia di istruzione, ma che poi si rivelano un vero e proprio fiasco capace di portare un'intera nazione, come quella italiana, agli ultimi posti nella classifica europea. Per non parlare poi degli Stati Uniti, dove alcuni programmi educativi, magari definiti “Il fior fiore”, portano all'omicidio di massa (vedasi i “Programmi di Gestione della Collera).

Possiamo verificarlo persino nel settore della salute pubblica in seno alla quale, già da un pò, si stanno vedendo gli scandali più clamorosi. Prendiamo quindi l'esempio di alcuni professionisti della salute. Chi di noi, direttamente o meno, non ha mai avuto modo di parlarci per una consulenza medica? Io li definirei “professionisti della parola”. Li senti parlare dall'alto della loro posizione (chi ce li ha messi così in alto, poi, non l'ho ancora capito), adoperando paroloni gonfi e pomposi che alla fine sono privi di significato comprensibile, tendenti a trasmettere l'immagine del professorone colto e preparato ma che, in realtà, vogliono dire soltanto: “Non ci abbiamo capito ancora nulla”. Così come per la prescrizione di terapie farmacologiche “di ultima generazione” che non hanno alcun potere di risolvere la malattia ma che sono studiate apposta al solo fine di limitarne gli effetti. Superficialismo anche in questi casi o menefreghismo sfrenato?

Ma prendiamo il lavoro, riferendomi a quello del collaboratore aziendale (comunemente definito “dipendente”), che dovrebbe essere il motore economico di un paese e quindi la sua linfa vitale. Il pensiero dominante, qua, parrebbe essere basato sul diritto di avere, anziché sul dover fare. Io credo che un individuo, o dipendente se volete, per avere la sua giusta remunerazione e la possibilità di continuare ad averla anche nel futuro, dovrebbe fare, anzitutto, e non solo pretendere di avere. Probabilmente é di questo che si litiga per l'art. 18.

Diciamo che é inutile girarci troppo attorno. Il pericolo licenziamento lo dovrebbe sentire solo chi sa di non essere poi così indispensabile. Uno che si da da fare e contribuisce alla crescita di un'azienda dovrebbe avere ben poco da temere. Leggi e sindacati, fino ad oggi,  parrebbe abbiano viaggiato cercando di incoraggiare a lavorare di meno. Prodotto finale? Assenteismo, giustificato spesso da malattie inesistenti e non riscontrabili con comuni esami oggettivi. Oppure la possibilità di denunciare il proprio datore di lavoro per essere dallo stesso risarciti per ragioni troppo spesso futili al solo fine del denaro facile. Conseguenza di tutto ciò: le piccole e medie imprese si trovano di fronte all'impossibilità di assumere nuovo personale anche a causa dei costi oramai proibitivi e della incapacità produttiva del personale. Risultato: la disoccupazione ed il ristagno economico della nazione, già martoriata da tasse eccessive ed ingiuste e da imposizioni di ogni tipo e forma.
Per risolvere la situazione non possono certo bastare le belle parole dell'uomo politico di turno, non più capace di impegnarne di nuove, visto che le solite parole – a quanto parrebbe - continuano a bastare, o forse perché il loro dizionario le ha finite tutte!

Esse, infatti, sono sapientemente adoperate assieme a valori numerici di statistiche prive di significato, perché mai riferite allo specifico, come invece ogni grafico statistico “sano” richiederebbe. Anche nei rapporti interpersonali tra la così detta “gente comune” le parole si sprecano. Si descrive con arguzia il sé - cercando di vendere una merce inesistente - ma nel contempo denigrando il vicino di casa, giudicato solo dalle apparenze. Troppo spesso condanniamo qualcuno perché apparso diverso da come ci si aspettava. Il risultato sarà di mandare all'aria la bontà del vero rapporto umano basato sulla unicità di ogni individuo che come tale sarà portatore sano di pregi e difetti. Si vendono delle belle parole su di sé ma i fatti spesso stanno a zero. Poco importa se poi ci si dimostrerà essere personalità fasulle, così come si riscontra sovente.
Va bene che non ci é stato insegnato fin da bambini (forse), ma quanto costerebbe il “concedere di essere” altrui?

Sarà la Tv che ha causato tutto ciò? Allora giungerei alla conclusione che sia il caso di modificare un modo di dire usato degli anni '50 che diceva: “La televisione é entrata nelle nostre case”, per trasformarlo in un oggi più appropriato: “La televisione é entrata nelle nostre teste”.

A parte una minoranza conservatrice che bada ancora la valore delle vecchie istituzioni, vi é una preponderanza di cittadini d'Italia che tende a sfuggire a tutto ciò che richieda un approfondimento, di qualunque genere sia, culturale o cognitivo. I valori stanno divenendo sempre più “l'ultimo modello di telefonino” e tutto ciò che si potrà avere per poter apparire importanti agli occhi degli altri. Le finanziarie ci stanno per questo, no?
Si deve vivere di forti emozioni, che durano poco e che ne richiedono altre, ancora più forti. E contemporaneamente, si deve sfuggire ad un quotidiano che richiede quello che una volta veniva chiamato “impegno”.
La superficialità da un'occhiata fugace alle cose, senza prevedere alcuna cognizione delle stesse. E' il falso del falso, un surrogato del pensiero, una strada che ci riporta – e non é un'esagerazione – in direzione dello stato nativo dei protozoi, ovvero, verso un'inversione evolutiva.

E' una letargia che ci fa credere di essere svegli e coscienti, quando invece si stanno adoperando, al posto nostro, schemi mentali pre costruiti che nulla hanno a che fare con la nostra coscienza.

Meglio cambiare, no? Si, ma se proprio deve avvenire, facciamolo con intelligenza e rispetto.


24 marzo 2012
 
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