[L’analisi] La svolta di Savona, che mette in frigorifero la legge Fornero, la flax tax e il reddito di cittadinanza

E’ questo il punto chiave, su cui scatta la saldatura con Tria. Non si possono e non si devono fare ora, ma solo quando le risorse saranno affluite nelle casse dello Stato, grazie allo sviluppo più sostenuto. Ovvero, a fine legislatura. Le grandi riforme del governo del Cambiamento, insomma, non arriveranno nell’ottobre del 2018, ma, se tutto va bene, nel 2023

Paolo Savona
Paolo Savona

 

Nella tumultuosa navigazione del governo, abbiamo appena assistito ad una brusca e inattesa svolta, che anima qualche dubbio in più sulla tenuta di una coalizione, già attraversata da frizioni quotidiane. Questa volta, però, non si tratta solo dei disagi creati nei 5Stelle dalle sparate di Salvini sull’immigrazione o degli effetti psicologici sull’elettorato della Lega della stretta di Di Maio sui precari. In ballo ci sono i nodi vitali delle promesse elettorali e del Contratto fra i due partiti di governo, a cominciare da tasse, sussidi e pensioni, come declinati nella flat tax, nel reddito di cittadinanza, nella riforma della Fornero. E, a sorpresa, la svolta arriva da Paolo Savona, l’uomo che Salvini avrebbe voluto al Tesoro, che Mattarella ha fatto relegare ad un ministero senza portafoglio e che Salvini e Di Maio pensavano come controcanto, all’interno del Consiglio dei ministri, alla moderazione del ministro dell’Economia che avevano dovuto ingoiare, Giovanni Tria. La sorpresa sta nel fatto che Savona ha fatto esattamente il contrario, schierandosi, di fatto, con Tria e questa saldatura fra i due pezzi da 90 dell’economia nel governo Conte complica non poco, per Salvini e Di Maio, la dinamica politica dei prossimi mesi, a cominciare dalla manovra economica d’autunno.

Savona ha servito la sorpresa nella sua prima uscita pubblica da quando è stato formato il governo, l’audizione in Parlamento di martedì. Di quelle dichiarazioni ha fatto rumore il suo ritorno sul piano B di uscita dall’euro. In realtà, quelle dichiarazioni confermano solo l’arrogante autostima di un economista di valore, fin troppo sicuro di sé. Le critiche di Savona alla costruzione della moneta comune – l’impossibilità per la Bce di intervenire sul mercato dei cambi a frenare l’euro troppo forte odi accorrere in aiuto di paesi in difficoltà, finanziandone il debito, come farebbe qualsiasi altra banca centrale – sono, infatti, un ritornello ricorrente nelle analisi di quasi tutti gli economisti, in particolare keynesiani, di sinistra e non tedeschi. La differenza è che Savona le condisce con l’avviso esplicito che occorrerebbe avere un piano B per far fronte ad un’uscita, volontaria o meno, dalla moneta comune. Preoccupazione ragionevole o meno, ma che un ministro non dovrebbe, comunque, esporre mai, se non vuole offrire la sua testa e quella del suo governo alla mannaia della speculazione e dei mercati, evocando un fantasma al momento senza corpo. E’ dovuto intervenire un politico pur inesperto come Di Maio per cacciare il fantasma, negando l’esistenza di un qualsiasi piano B.

Può darsi che a Salvini, invece, il riferimento al piano B abbia fatto piacere, ma il cuore dell’intervento di Savona è altrove e l’applauso convinto è del ministro Tria, che ci ha ritrovato una linea e un ragionamento che coincidono con i suoi. Dice, infatti, Savona che quello che dobbiamo chiedere all’Europa è che ci dia mano libera sugli investimenti, sganciandoli dal calcolo del deficit. Dunque, rigore nell’amministrare la spesa corrente (quella di pensioni, stipendi, sussidi, sgravi) come aveva detto il giorno prima Tria e un impulso vigoroso all’economia con il rilancio, in particolare, delle infrastrutture. Secondo Savona, se cadessero le preoccupazioni di Bruxelles sulla spesa per investimenti, l’Italia potrebbe liberare fino a 50 miliardi di euro di interventi e opere pubbliche. Con quale risultato? Un ritmo di crescita del paese che sarebbe quattro volte quello attuale, dall’1 al 4 per cento l’anno: una economia tanto vigorosa da moltiplicare le entrate fiscali dello Stato e, con queste, le risorse con cui fare le riforme.

E’ questo il punto chiave, su cui scatta la saldatura con Tria. Flat tax, Fornero, reddito di cittadinanza non si possono e non si devono fare ora, ma solo quando le risorse saranno affluite nelle casse dello Stato, grazie allo sviluppo più sostenuto. Ovvero, a fine legislatura. Le grandi riforme del governo del Cambiamento, insomma, non arriveranno nell’ottobre del 2018, ma, se tutto va bene, nel 2023. Alla faccia delle promesse elettorali e nel rispetto dei vincoli di Bruxelles e delle compatibilità di bilancio. Savona lo dice con chiarezza quasi brutale: “sincronizzare il ritmo di spesa corrente necessaria per l’attuazione dei provvedimenti indicati al ritmo con cui cresce il gettito fiscale”. Tria, nei giorni precedenti, era stato forse addirittura meno esplicito.

E’ realistico il percorso indicato da Savona? Probabilmente, no. Bruxelles resiste da tempo alla richiesta di scorporare gli investimenti dal calcolo del deficit (la Commissione, in buona sostanza, non si fida che siano per davvero investimenti, invece che normale spesa corrente) e, per il governo di Roma, forzare la mano non è impossibile, ma difficile. L’idea che ci siano 50 miliardi di euro di investimenti da mobilitare a tambur battente sembra largamente ottimistica. E, ancor più, la speranza che questi investimenti quadruplichino la crescita dell’economia nel giro di un paio d’anni, fornendo risorse sufficienti (ci vorrebbero 80-100 miliardi di euro di entrate in più l’anno) a finanziare le riforme del Cambiamento.

Ma, se non è realistico, è, almeno, un percorso ragionevole. Soprattutto nella parte sulle risorse e le riforme, che si ispira alla solida massima: pagare moneta, vedere cammello.Con Savona sulla stessa barca di Tria, diventa più difficile per Salvini e Di Majo appoggiarsi sulla piccola folla di economisti della domenica, come Borghi e Siri, per contestare la linea dei due professori più accreditati e autorevoli del governo e reclamare subito il rispetto delle promesse elettorali. A ottobre, quando i nodi della manovra economica verranno al pettine, saranno scintille.