[Il retroscena] Il premier ai Cinque Stelle e la Lega al Viminale. Ecco lo schema del governo Di Maio-Salvini

Salvini apre la strada a Di Maio in cambio di più ministeri e modifiche al contratto in chiave “leghista”. Al lavoro per una squadra di venti ministri. Il segretario della Lega punta al Viminale, per il resto mani libere per continuare a gestire il partito. I timori sulla tenuta dei 5 Stelle che al Senato danno segni di insofferenza. Ieri lacrime ed emozione per la conclusione del “Contratto per i governo del cambiamento”. Che però non è un contratto

Salvini e Di Maio
Salvini e Di Maio

“Alla fine ci siamo abbracciati, qualcuno di noi si è persino commosso, stanchi distrutti ma consapevoli di aver fatto qualcosa che cambia la Storia…”. Alle 18 del sesto giorno il Contratto per il governo del cambiamento è concluso. Quaranta pagine, 22 argomenti (“circa”) è stato consegnato con i sigilli Lega e Movimento Cinque Stelle ai due capi politici che adesso dovranno firmarlo. Dopo aver però risolto almeno sei questioni di non poco conto e che hanno a che fare con immigrazione, sicurezza, grandi opere, fissa compact, conflitto di interessi.  Questi temi sono affrontati nel contratto in modo “ancora non coerente con quanto proposto da Lega e centrodestra in campagna elettorale”. Sono temi chiave, non certo secondari, a cui serve “una limatina” data però per scontata e acquisita. Nessuna traccia, nel Contratto, della squadra e del premier.  E’ l’ultima fatica di Salvini e Di Maio, l’ultimo giro di boa per poi cominciare la navigazione del governo. Se martedì sembrava che tutto potesse saltare da un momento all’altro, ieri è tornato il sole sul governo Jamaica (giallo 5 Stelle e verde Lega). Torna l’ipotesi del premier 5 Stelle, politico. Torna il nome di Luigi di Maio con Giancarlo Giorgetti a fare da controller come vicepremier. In alternativa c’è la staffetta. Ma nessuno si fida dell’altro, soprattutto il governo che nascerà potrebbe non durare il tempo necessario per garantire il passaggio del testimone.

Ma non è un contratto

C’è qualcosa di fanciullesco nel volto di Rocco Casalino, guru della comunicazione 5 Stelle, quando annuncia sorridente ed estasiato la conclusione del tavolo tecnico per la redazione del Contratto del cambiamento. Beata innocenza, verrebbe da dire. Quello che viene definito un “contratto” potrebbe essere, forse, l’indice di un’eventuale accordo programmatico. Nel testo sono indicati i temi, dal “Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari” a “Banche e risparmio”, dall’ “acqua pubblica” all’ “economia circolare”, da “università e ricerca” all’ “Unione europea”. Come si vede sono titoli di capitoli lunghi poche righe (al massimo 60 ed è il caso della voce “Unione Europea”) con cui si enunciano i principi generale di quel settore su cui il governo del Cambiamento vuole intervenire. Sono spiegate in linea generale le ricette per raggiungere determinati obiettivi. Come sappiamo, un buon libro di ricette non fa certo uno chef stellato. Non è, soprattutto, garanzia di successo.  

Non basta una ricetta 

In questo caso non sono indicati tecnicamente i modi con cui raggiungere gli obiettivi. Il “Comitato di conciliazione”, ad esempio, quel nuovo organismo che dovrebbe funzionare da camera di compensazione dove affrontare e risolvere tutte le questioni, tantissime, che si proporranno cammin facendo.   A parte il fatto che un organismo del genere - difeso ieri a spada tratta dal professor Giacinto della Cananea, allievo del professor Cassese (probabilmente il Comitato è una sua creatura) -  servirebbe capire prima di tutto se è costituzionale e poi a quale titolo e perché e in quali modi il “Comitato” entra in gioco. Alla voce “euro- moneta” si scrive delle necessità di “prevedere una procedura che prevede l’uscita dall’euro così come è prevista una procedura per l’uscita dalla Ue”. Ma non si spiega come. I rimpatri degli immigrati, ad esempio, al di là di un generico “aumento”, non si dice né come né dove.  

Manca il più bello: il governo 

Insomma, un libro di intenti che nulla ha a che vedere con il significato della parola Contratto. E nulla a che vedere con le 177 pagine del contratto Groko (Grosse Koalition) che a marzo ha fatto uscire la Germania da sei mesi di impasse istituzionale. Manca ad esempio del tutto la squadra di governo. A cominciare dal premier, a seguire i ministri e i sottosegretari. Anche ipotizzando che le due delegazioni sedute al tavolo questa settimana saranno ingaggiate al completo nella squadra di governo (Calderoli, Salvini, Centinaio, Giorgetti, Molteni, Borghi, Siri per la Lega; Di Maio, Spadafora, Bonafede, Castelli, Toninelli, Casalino per i 5 Stelle), servono come minimo ottanta persone, ciascuna con un incarico e un peso specifico individuale preciso. In Germania hanno impiegato due dei sei mesi utilizzati solo per indicare la squadra. Su questo punto è emersa con chiarezza una criticità dei 5 Stelle: l’assenza di una classe dirigente e di personale politico adeguato. Di Maio e il suo staff lo sanno, ne sono consapevoli. Non a caso compulsano le università in cerca di docenti ed esperti. E’ molto probabile, quasi certo, che il professor Giacinto Della Cananea, ordinario di diritto amministrativo a Roma Tre e già incaricato di fare un confronto ragionato sui vari programmi per verificarne la compatibilità, avrà una delega, magari come Responsabile del contratto e garante del Comitato di Conciliazione. “Tanto rumore per nulla - ha detto ieri - il Comitato esiste già e si chiama Consiglio di gabinetto”. Possiamo scommettere che sarà il prossimo tema di confronto tra costituzionalisti ed esperti della materia. Il dibattito è già aperto. 

“Un premier politico ed eletto in Parlamento”

Da qui a domenica Salvini e Di Maio affronteranno il dossier nomi. Anche di questo Casalino è visibilmente orgoglioso: “Finora abbiamo parlato solo di temi, non di nomi, per i 5 Stelle è il programma che conta, abbiamo imposto un nuovo modo di portare avanti le cose”. I nomi invece sono stati e saranno l’ossessione delle prossime ore. Lunedì il presidente Mattarella è in attesa del testo definitivo del programma e della squadra di governo. Non è pensabile un’ulteriore proroga a meno che non sia “fortemente motivata”. 

“Sarà politico, 5 Stelle ed eletto in Parlamento” buttava là ieri nel tardo pomeriggio un deputato della Lega. Salvini dovrebbe fare il passo di lato, in cambio però “di più ministeri di peso” e soprattutto “per avere mani più libere con il partito di cui continua ad essere il segretario”. Mani libere, come fece Bossi nel 1994: ministero più leggero ma guida salda del partito. 

Lo schema su cui da ieri sera discutono Salvini e Di Maio prevede “un grillino premier”, Giancarlo Giorgetti vicepremier, nei fatti un premier-ombra. Alla Lega, in cambio del passo di lato a palazzo Chigi, dovrebbero andare una decina di ministeri - dunque pari peso specifico nonostante la differenza di voti - tra cui alcuni di grade peso come Interno (Salvini), Agricoltura e Attività produttive. “Il nostro ragionamento - spiega il deputato della Lega - è che un grillino premier in fondo è quello che ci mette più la faccia e si espone su un governo che è oggettivamente una scommessa”. In fondo, se uno dei contraenti del contratto va in difficoltà, l’altra contraente ne beneficia. Dunque, “vada pure Di Maio a fare il premier, ci tiene moltissimo”. I 5 Stelle non dovrebbero rinunciare a ministeri di peso come Giustizia, Economia, Sanità, Università e ricerca.  

La trappola

I 5 Stelle hanno un paio di grossi problemi: una classe dirigente esigua, poche persone; la tenuta dei gruppi parlamentari. Questo tema è venuto fuori spesso anche durante il tavolo. Il governo Lega-5 Stelle avrebbe numeri assai esigui: 6 al Senato, 30 alla Camera, basta nulla per andare sotto. In più, all’interno dei 5 Stelle si sta creando una frattura importate. I senatori Morra e Nunes si sono già candidati ad essere leader della fazione 5 Stelle che non vuole un governo con la Lega. E’ stato chiesto a Toninelli, capogruppo al Senato: “Sei in grado di tenere il tuo gruppo durante le votazioni?”. Toninelli avrebbe risposto che i quasi dissidenti stanno in realtà dando sfogo ad una base elettorale assai rumoreggiante. Tutto calcolato, più o meno. Ma che la situazione, anche nei gruppi, è “sotto controllo”.   

La diffidenza tra i contraenti è reciproca. I 5 Stelle temono che la Lega sia solo un cavallo di Troia per poi portare in maggioranza il resto del centrodestra e finire loro in minoranza.  Un fatto è sicuro: in queste lunghe settimane Salvini non ha mai rotto con il centrodestra. E ieri Berlusconi, riabilitato e ospite a Sofia del vertice Ppe dove è stato accolto come ultimo baluardo di garanzia nell’Italia dove “arrivano i barbari” (cit. FT), lo ha solo “avvisato” e messo in guardia dai rischi. E’ il prezioso Piano B che la Lega ha e i 5 Stelle no.       

Domenica le consultazioni sul programma

Tra un timore e l’altro, domenica gli elettori della Lega e dei 5 Stelle potranno dire la loro sul Programma. I padani montano i gazebo in piazza, la Casaleggio aumenta i giga e i controlli della piattaforma Rousseau. Ciascuno a modo suo farà esprimere il proprio elettorato. Non è chiaro cosa succede se da quelle consultazioni dovesse arrivare una bocciatura del Programma. Cosa che, siamo certi, non succederà.