[Il reportage] Renzi barcolla “ma non molla” e vince la sua linea. Per ora. È tregua armata nel Pd

La Direzione, durata quasi cinque ore, nomina Martina reggente. A lui il compito di guidare il partito fino all’assemblea di metà aprile. Poi il congresso, primarie forse ma chissà tra quanto. “Ora uniti e collegialità”. L’intervista e la news dell’ex segretario con il riferimento a “piaggeria e viltà”. E Orlando paragona Renzi a Mao Zedong. La battaglia interna per le presidenze delle Camere e dei gruppi. Aperture delle minoranze sul governo di scopo

[Il reportage] Renzi barcolla “ma non molla” e vince la sua linea. Per ora. È tregua armata nel Pd

In Direzione non va ma ci arrivano e si piazzano in prima fila la sua intervista della mattina (“la sconfitta impone di voltare pagina”; “non fonderò un nuovo partito anche se ho visto viltà e piaggeria”) e la e-news dell’ora di pranzo:  “Io non mollo - scrive Matteo Renzi - il futuro prima o poi torna”.  Dopo qualche ora gli risponde Andrea Orlando e lo paragona a Mao: “Non possiamo pensare, mentre qualcuno si carica il peso di questa transizione, che qualcun altro si defili e spari sul quartiere generale secondo una strategia inaugurata dal presidente Mao Zedong. Non ci sono rivincite veloci perchè la sconfitta è dura e ha presupposti sociali” dice il leader della minoranza giunta in Parlamento decimata dal voto  e dalla composizione delle liste.

Lo scambio a distanza tra l’ex segretario e il suo principale avversario interno non lascia immaginare nulla di buono. Ma non c’è più sangue da far scorrere nel Pd. Ora è il tempo della tregua anche se armata. Perché ogni altra mossa, in questo momento, non sarebbe compresa né tollerata da quel 18,9 per cento di italiani che hanno votato Pd e che sarà pure “il minimo storico” e “la più grande sconfitta” (refrain in Direzione) ma da lì vogliono ripartire. Con buona pace dei dirigenti che litigano, si mandano frecciate e si annusano per capire le prossime mosse. 

Le certezze

Quasi cinque ore di Direzione al piano attico del Nazareno scorrono via “con un noia mortale” dirà alla fine la renziana Silvia Fregolent (che salva la relazione di Martina e pochi altri interventi) ma fissano alcuni punti necessari: il Pd resta all’opposizione; nessun accordo è possibile né con i 5 Stelle né con la Lega (“non ci sono più alibi, adesso governano”); si apre “una fase nuova” le cui parole d’ordine sono “collegialità” e “unità”.  La relazione del vicesegretario Maurizio Martina, apprezzata e a lungo applaudita dalle varie anime del partito, parla di “sconfitta netta” ma invita a non cercare “scorciatoie o capri espiatori”, a non gettare cioè la croce solo su Renzi che ringrazia per “il lavoro e l'impegno enorme di questi anni”.

Poi il reggente indica tempi e modi della ripartenza spiegando la necessità di evitare subito un congresso per la scelta di un segretario: “Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all'altezza del tempo che stiamo vivendo” e di “una profonda riorganizzazione” del partito. Compito che l'Assemblea - convocata intorno alla metà di aprile - dovrà affidare a una “Commissione di progetto” che anziché avviare congresso e primarie dovrebbe dar vita ad una fase costituente ed organizzativa. Basterà a sedare l’opposizione che chiede l’azzeramento dell’attuale gruppo dirigente?

No caminetti

La segreteria, a forte impronta renziana e arrivata dimissionaria in direzione, continuerà infatti ad operare fino all'assemblea. Ma sarà poi il nuovo organo collegiale a dettare le regole d'ingaggio in vista dell'elezione del nuovo segretario. E questo “caminetto”, vecchio rito dei partiti di sinistra a cui Renzi si è sempre ribellato, sarà la prima, ma non l’unica, linea di rottura che le opposizioni intenderanno cavalcare per disperdere nel tempo le truppe renziane che ad oggi controllano direzione e gruppi parlamentari.

Questo il futuro prossimo. Nel presente, cioè ieri sera, c’è che la proposta di Martina è stata votata in modo compatto tranne i sette astenuti dell’area di Michele Emiliano. “La nostra è un’astensione di incoraggiamento” ha detto il governatore della Puglia che invita a non scartare a priori l’offerta dei 5 Stelle e mette in guardia da “l’Aventino del Pd che mette in pericolo la democrazia”. Emiliano ha anche un problema in casa: tra due anni in Puglia si vota e un patto a livello nazionale sarebbe per lui una buona garanzia anche per la Regione. 

Foto di gruppo

Se Renzi è il convitato di pietra, anche i presenti e l’occupazione dei posti in sala parla e significa. Paolo Gentiloni, a cui Renzi nell’intervista pare rivolgersi quando dice che “qualcuno ha chiesto di votare per il suo nome e non per il partito”, arriva tra i primi intorno alle 15 e se ne andrà intorno alle venti dopo aver votato il documento finale. Siede al centro in prima fila e accanto a lui ci sono i ministri e sottosegretari del governo, Marco Minniti, Carlo Calenda (esordio senza prendere la parola per il neo iscritto), Poletti, Pinotti, Delrio, Franceschini, Sesa Amici. Maria Elena Boschi siede in “zona governo” ma qualche posto più in là mentre il resto del giglio magico, Luca Lotti e il tesoriere Bonifazi, restano a distanza. Una trentina di interventi ma tra i renziani, che pure hanno la netta maggioranza in assemblea, parlerà solo il sindaco di Firenze Dario Nardella. Pare che l’ordine di scuderia sia stato di tenere toni molto bassi. Sono rimasti silenti. Il premier invece, che ha evitato l’ingresso principale in entrata e in uscita, ha affidato ad un tweet il suo commento: “Le dimissioni di Renzi esempio di stile e coerenza politica. Dalla sconfitta il Pd saprà risollevarsi, con umiltà e coesione. Ora fiducia in Maurizio Martina”.  Anche il vicepresidente Lorenzo Guerini parla con un tweet: “Grazie a Renzi per quello che ha fatto e che farà per il Paese. Passione per l’Italia, coraggio e determinazione”. 

“I mediocri”

L’intervista e la e-news di Renzi entrano ed escono continuamente dal chiacchiericcio a margine della Direzione. Se il documento votato all’unanimità colloca il Pd all’opposizione, non c’è dubbio che la legislatura vada fatta partire e che per questo servano anche i voti di quello che resta pur sempre il secondo partito in Parlamento. La prima mossa è l’elezione del Presidente del Senato e della Camera (con due metodi diversi). Ma se per i  renziani stare all’opposizione vuol dire non partecipare in alcun modo alle trattative per queste nomine (“toccano anche queste ai vincitori, Lega e M5s”), nel Pd c’è invece chi accarezza l’idea che la presidenza della Camera possa andare all’opposizione. “La prassi che il vincitore prende tutto è della seconda repubblica e del sistema maggioritario. Ormai siamo tornati ad un proporzionale e nella prima repubblica la prassi era che Montecitorio andasse alle opposizioni” spiega un dem di area Margherita. Fu proprio questo argomento che una settimana fa provocò l’ira di Renzi e il congelamento delle dimissioni.  

Ora, è chiaro che accettare o mediare per una presidenza potrebbe essere l’anticamera per un accordo anche di governo: appoggi esterni, governi della non fiducia, le formule lessicali aiutano.  Nell’intervista ieri l’ex segretario ha detto di non covare “rimpianti o rancori”. Poi, però, ha immaginato che anche nel Pd ci possano essere “i vili e i mediocri” che pensano “a un qualche trasformismo” pur di avere un ruolo in Parlamento. “Qualche dirigente medita il trasformismo? Forse. Del resto la viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri. E se per caso in futuro dovessimo tornare, sarebbe accompagnata dall'opportunismo di domani. I mediocri fanno sempre così: hanno scarsa fantasia, i mediocri”. 

Il terrore di un nuovo partito e di una nuova scissione 

Il primo pilastro della discussione è l’analisi della sconfitta e cosa deve fare ora il Pd. Graziano Delrio, renziano della prima ora, il cui nome è in pole per assumere la segreteria il prossimo mese, dice che è “stupido parlare di chi deve guidare il partito. Ora dobbiamo cercare una nuova direzione e non un nuovo capo”. Tra gli avversari e i critici, nessuno affonda veramente il colpo. Gianni Cuperlo, leader con Orlando della minoranza dem e che ha rifiutato un collegio in Emilia perché non era il suo territorio,  spariglia come sempre e se quella del 4 marzo è stata “la sconfitta peggiore della storia repubblicana della sinistra”, questa sconfitta “ha le sue radici almeno dieci anni fa quando è nato il Pd” e per questo “riguarda tutti, il renzismo, il partito, il governo e chi è uscito dal Pd”. 

L’intervento di Maurizio De Luca potrebbe essere uno spartiacque, un cedimento importante alla linea dell’ex segretario. Ma il governatore della Campania - ancora avvelenato per la storia del figlio assessore corretto alle dimissioni dall’inchiesta di Fanpage, tiene il punto, critica ma non rompe: “Provo disagio nel vedere Matteo Renzi in una condizione di orfananza, questo voto è un terremoto, siamo stati percepiti come autoreferenziali e il Pd è sradicato in tutto il Mezzogiorno”.  Orlando alterna buffetti  - “le responsabilità sono di tutti ma sono diverse” - a ceffoni:  “Se non possiamo fare a meno di Renzi, non possiamo neppure permettere che qualcuno si allontani e  spari su tutti secondo la strategia di Mao…”.  

Tra le minoranze, forse anche tra il governo, l’ordine è di non provocare. Di non cercare conte interne. Al contrario di smussare. Guai invogliare altre scissioni. E comunque ora non sarebbe il tempo. Per nessuno.  Visto e considerato, anche il fallimento politico del progetto di Liberi e Uguali che invece, se fosse decollato, sarebbe stato oggi il naturale approdo di molti.   

Governo di scopo?

Il futuro del Pd passa anche dalle scelte che saranno fatte nei prossimi giorni e settimane, Presidenze delle Camere, governo e capigruppo. Il ruolo di opposizione certificato dalla votazione finale in Direzione  trova qualche fessura qua e là negli interventi delle minoranze.  Andrea Orlando mette in guardia da “un Aventino istituzionale” e Gianni Cuperlo invita a non chiudere a priori “ad un eventuale richiesta di Mattarella per un governo di scopo”, qualora M5s e centrodestra non riuscissero a far nascere un governo. “Con tutti dentro, nessuno fuori” mormorano i presenti. Anche Chiamparino, un altro non blindato rispetto ai 5 Stelle, parla di “opposizione responsabile”. Il mandato del documento votato ieri sera reggerà alla prova delle ipotizzate lunghe trattative con il Capo dello Stato? Reggerà l’opposizione rispetto all’appello del Capo dello Stato?

Il rischio è che Renzi da senatore semplice, con l'aiuto delle truppe parlamentari, si metta di traverso anche a un'ipotesi, ad oggi solo futuribile, di un potenziale governo di unità nazionale. Perciò per la minoranza è essenziale essere nell'organismo collegiale promesso da Martina. Così come è fondamentale eleggere capigruppo di garanzia: loro, insieme a Martina e Orfini andranno al Quirinale. Ma Renzi ha già indicato i candidati: Ettore Rosato o Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci o Teresa Bellanova al Senato.