[L’inchiesta] Le accuse di Fioroni e le mezze verità su Moro costruite a tavolino da Morucci e i servizi segreti. Ombre su Cossiga

Le conclusioni del presidente della commissione parlamentare di inchiesta gettano ombre pesanti su tanti protagonisti della lotta al terrorismo: da Cossiga a Pecchioli e Imposimato. Ma lo stesso consulente Satta lo smentisce: i brigatisti non hanno mai cambiato versione. tranne il complottista Franceschini

Il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro, il 9 maggio 1978 in via Caetani a Roma
Il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro, il 9 maggio 1978 in via Caetani a Roma
Hanno lavorato in molti a costruire la verità giudiziaria sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro ma quello che sappiamo è solo un pezzo molto piccolo di verità, la parte "dicibile". Sono sconvolgenti le conclusioni a cui giunge il presidente della III commissione parlamentare Moro, Giuseppe Fioroni che, ricordiamolo, non è un grillino rampante ma un pacatissimo democristiano di lungo corso: nel 1989, a poco più di 30 anni, fu eletto sindaco di Viterbo per entrare alla Camera nel 1996, con il Partito popolare. Perché alla fabbricazione di questa verità di comodo hanno lavorato molti pezzi importanti dello Stato, protagonisti della vittoria sulle Brigate rosse: i leader politici della lotta al terrorismo, Cossiga per la Dc e Pecchioli per il Pci, magistrati di punta come Imposimato, i vertici dell'amministrazione penitenziaria, uomini dei servizi segreti civili. 

Tutti gli uomini dello Stato al lavoro con Morucci

"La costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro appare legata all’azione di una pluralità di soggetti che operarono attorno al percorso dissociativo di Morucci. Il suo memoriale è solo la definizione del perimetro delle cose dicibili". Secondo Fioroni tutto nasce dal lavorio di Valerio Morucci, l'ex brigatista che aveva gestito la diffusione delle lettere scritte da Moro durante i 55 giorni del sequestro: "Già nel 1984-1985, a soli 5 anni dall’arresto, Morucci aveva assunto un ruolo di interlocutore dell’amministrazione penitenziaria per la definizione delle politiche in tema di dissociazione e, soprattutto, aveva veicolato, per il tramite del Giudice Istruttore Imposimato e di suor Teresilla Barillà, a Pecchioli e Cossiga la proposta di dire loro quanto sapeva del sequestro Moro. Particolarmente rivelatore in questo senso è una nota che il Presidente della Repubblica Cossiga inviò all’allora ministro dell’Interno Scalfaro nel 1985". Così Morucci divenne da semplice 'postino' delle Br il leader dei dissociati. Nello stesso periodo, a partire dal 1987, il giudice Imposimato che per primo ha sviluppato il dialogo e il confronto con l'ex brigatista è stato eletto alla Camera nelle liste del Pci.

Il brigatista e i servizi segreti

Quello che è passato alla storia come il memoriale Morucci è frutto di un lavoro collettivo: più che un testo d'autore, per Fioroni, si tratta di un dossier elaborato dai servizi segreti, a partire da alcuni testi scritti a partire dal 1986 dallo stesso Morucci e dalla sua compagna dell'epoca Adriana Faranda. "Siamo in presenza - osserva Fioroni - di un rapporto di tipo consulenziale: così quello che conosciamo come il memoriale è a disposizione del Sisde già nel 1988, ma perviene all’autorità giudiziaria soltanto nel 1990". A ben vedere i sospetti che solleva Fioroni sono legittimi. Quella condotta da Morucci è un'operazione politicamente complessa, articolata, ben diversificata che dimostra profonda visione strategica e acuta abilità tattica. Il "postino delle Br" è invece, in tutta evidenza, soggetto che ha tutt'altre abilità: grande esperto di armi, buon organizzatore, "militare" coraggioso. Ma ogni volta che ha preso la parola in pubblico, dai processi alle tante interviste televisive, non ha dimostrato particolari capacità intellettuali e politiche. 

Lavagno: una storia già nota

“Non è una novità - commenta Fabio Lavagno, deputato dem, l'unico commissario che ha votato contro la relazione Fioroni - che il memoriale Morucci sia stato un documento con una sua evoluzione nel numero e nei nomi. Non è una novità che sia il frutto di una interlocuzione con esponenti politici all’interno una legislazione premiale della dissociazione, nata e cresciuta nel contesto del dibattito degli anni 80. Peraltro la Commissione aveva a tale proposito a disposizione un validissimo testo redatto da Vladimiro Satta su questo tema, un testo richiesto dallo stesso Presidente.” Il mancato utilizzo del documento elaborato da Satta, storico ed esperto archivista parlamentare, è comprensibile: perché smonta alle radici la lettura complottistica di Fioroni e della maggioranza dei commissari: "Con la sola eccezione di Franceschini - scrive Vladimiro Satta - tutti gli ex-terroristi brigatisti (pentiti, o dissociati, o né pentiti né dissociati che siano) respingono le teorie cospirative sulla vicenda Moro e, più in generale, sulla storia delle BR, di cui rivendicano la genuina ispirazione rivoluzionaria e l’autonomia. Le odierne ricostruzioni fornite dagli ex-terroristi di come e perché le BR decisero, pianificarono ed eseguirono l’attacco contro Moro, nonché di come gestirono il sequestro, perché alla fine uccisero il sequestrato e cosa fecero dei suoi scritti fino all’irruzione dei Carabinieri nel covo di via Monte Nevoso a Milano, sono rimaste sostanzialmente invariate nel corso dei decenni (salvo arricchirsi di questo o quel particolare, quasi sempre legato alla fine dell’omertà nei confronti di ex-compagni di lotta armata che, per un motivo o per l’altro, non ne avevano più bisogno)". 

Il consulente smentisce il presidente

"Chiunque - conclude il consulente della Commissione Moro - abbia dato anche una semplice scorsa ad un volume di Giorgio Bocca pubblicato nella prima metà del 1985 (Noi terroristi) sa bene che non si ravvisano differenze significative tra ciò che i brigatisti dissero sin dal primo momento in cui si aprirono - vale a dire con anni di anticipo rispetto alla legge 34/1987 sulla dissociazione- e ciò che hanno detto più tardi e dicono ancora oggi. Ovvero, nessuno ha cambiato la propria versione ad eccezione dell’unico che, lungi dal confermare il quadro d’insieme tracciato nel 1983 dalla magistratura e dalla Commissione parlamentare d’inchiesta e ribadito dal citato volume di Bocca del 1985, più tardi ha anzi gettato ombre sia sui fatti di terrorismo cui ha partecipato, sia sul caso Moro che, invece, aveva seguito da dietro le sbarre: Alberto Franceschini". E' invece soltanto una coincidenza assai suggestiva il fatto che proprio Alberto Franceschini fosse, tra i capi delle Brigate Rosse, l'unico deciso nel 1982, nel carcere di Nuoro, ad attuare la fatwa lanciata contro Morucci due anni prima per la sua rottura con l'organizzazione e la fuga con un pezzo importante dell'arsenale brigatista. A salvare il "postino" fu il no deciso del capo delle Br, Mario Moretti.