[Il retroscena] Figlio di un pescatore e stimato da Draghi: ecco chi è il Gentiloni di Salvini

Giancarlo Giorgetti nato nel Varesotto, è stato sindaco e poi dirigente del partito di Bossi dal 1996 ad oggi. Ha scritto cinque Finanziarie con Giulio Tremonti e il leader della Lega si fida di lui. Potrebbe essere indicato per un incarico esplorativo. Berlusconi apre: deve essere indicato dal partito che ha preso più voti, ma è necessario che trovi una maggioranza”

[Il retroscena] Figlio di un pescatore e stimato da Draghi: ecco chi è il Gentiloni di Salvini

Le cronache amano descriverlo come il figlio di un pescatore di Cazzago Brabbia, un Comune di 810 abitanti - del quale è stato anche sindaco -, adagiato sul più sfigato dei laghi lombardi, quello di Varese. Pochi però ricordano che Giancarlo Giorgetti è stato per cinque anni (dal 2001 al 2006) l’alter ego del suo collega commercialista Giulio Tremonti, laureato con centodieci e lode alla Bocconi, e che è dal 1996 la mente economica della Lega, tanto da essere probabilmente l’unica personalità accreditata nel mondo dell’impresa del partito di Salvini.

La stima di Mario Draghi

Giorgetti, classe 1966, tra l’altro, è cugino del banchiere Massimo Ponzellini, una carriera svolta all’ombra di Romano Prodi che gli ha consentito di diventare uno dei più influenti commis delle istituzioni economiche della Seconda repubblica e di guadagnarsi la stima - a quanto sembra ricambiata - di Mario Draghi. La somma di questi crediti gli valse la carica di “segretario nazionale” della Lega Lombarda di Umberto Bossi ma soprattutto la presidenza della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera e persino, la considerazione di Giorgio Napolitano che, nel 2013, pur non avendo evidentemente simpatie per il Carroccio, lo chiamò a far parte del «Gruppo dei saggi» incaricato di proporre le iniziative di legge in campo economico e sociale che sarebbero diventate il programma dell’esecutivo - poi sfortunatissimo - delle larghe intese guidato da Enrico Letta. Matteo Salvini, quando è diventato segretario della Lega, lo ha voluto al suo fianco come vice-segretario: uno dei pochi reduci risparmiati dalla “rottamazione” della vecchia guardia padana. Oggi Giorgetti sembra destinato a guadagnarsi un posto in prima fila: sarebbe il suo infatti il nome che sta rimbalzando tra Arcore, via Bellerio e forse pure il Nazareno, il jolly che il Carroccio vuole giocarsi in vista del suo turno al Quirinale, l’outsider con cui il centrodestra potrebbe ritornare a Palazzo Chigi.

Mattarella e l'incarico esplorativo a Di Maio

Tutti i leader del centrodestra danno infatti per scontato che Sergio Mattarella darà il calcio d’inizio della nuova legislatura affidando un incarico esplorativo a Luigi Di Maio, ma che il leader dei Cinquestelle non riuscirà a raccogliere una maggioranza di consensi sufficiente per presentarsi alle Camere. E a quel punto toccherebbe proprio al segretario del Carroccio, come reclamano leghisti e pure forzisti. La linea è stata dettata ieri da Silvio Berlusconi: “Fermo restando l’impegno a sostenere il candidato premier indicato dal maggiore partito della coalizione, si devono produrre le condizioni di una maggioranza e di un governo in grado di raccogliere un consenso adeguato in Parlamento per dare attuazione ai nostri impegni programmatici. Dal taglio delle tasse all'aiuto a chi è rimasto indietro, da una diversa politica sulla sicurezza e sull'immigrazione alla riforma della giustizia, scongiurando una paralisi che porterebbe ineludibilmente a nuove elezioni”, ha scritto in una nota.

Toccherebbe a Salvini fare il nome del premier

Il leader degli azzurri è sceso ufficialmente in campo descrivendo il possibile ritorno alle urne come una iattura, e per questo si dice disposto a mediare per trovare una soluzione che possa permettere di raccogliere una maggioranza. Sì, ma quale? L’unica che al Cavaliere sembra possibile sarebbe quella formata da M5s e Lega - o il centrodestra unito - più il Pd. E’ proprio su questo “schema di gioco” che si è cominciato a lavorare, specie in vista dell’elezione dei presidenti di Camera, Senato e commissioni bicamerali di garanzia. Moltissimi osservatori hanno notato che nella dichiarazione diffusa da Berlusconi non si fa riferimento al nome del segretario leghista, ma genericamente al “partito maggiore” della coalizione. Toccherebbe a Salvini dunque fare il nome del premier che potrebbe essere indicato a nome di tutto al centrodestra, ma quel nome potrebbe non essere quello del segretario, bensì quello di una personalità con un profilo capace di allargare il “perimetro” del centrodestra. Il pensiero è subito corso al governatore Luca Zaia, stimato dal segretario del Carroccio come dal presidente degli azzurri, o a Roberto Maroni, governatore uscente della Lombardia. Il primo ha però il problema che dovrebbe dimettersi; il secondo che, dopo tanto tempo, non gode più della fiducia totale del nuovo leader della Lega. Quello che è certo, è che il Cavaliere pare del tutto consapevole che il suo partito debba passare la mano, come si può facilmente evincere da un’altra affermazione contenuta nella nota di mercoledì: “Nella situazione politica che si è determinata, Forza Italia ha un ruolo essenziale. In leale collaborazione con i nostri alleati”. L’identikit del candidato a fare un tentativo per diventare premier è dunque quello di un padano gradito anche agli azzurri.

Il "Paolo Gentiloni" della Lega

Chi, allora, meglio di Giorgetti, che per dieci anni ha accompagnato il lunedì sera Umberto Bossi alle cene del lunedì ad Arcore? “Il centrodestra ha vinto le elezioni, ha preso molti più voti dei Cinquestelle. Ci rendiamo conto che la situazione è bloccata per motivi di numeri. Noi faremo la nostra proposta, la faranno i Cinquestelle, vedremo quella che avrà le gambe per camminare; se nessuno l'avrà si tornerà a votare cercando un chiarimento”, ha ammesso ai microfoni di Radio anch’io proprio il vicesegretario della Lega, che in questi di silenzio tattico del numero uno leghista lo sta sostituendo sui media. Che dice lui di Berlusconi? “E’ stato leale e corretto, rispettando gli accordi che erano stati presi”, gli riconosce. Qualcuno già lo chiama il “Paolo Gentiloni” della Lega e del centrodestra. Giorgetti sul futuro non si sbilancia, ma si preoccupa di rassicurare chi teme che la Lega possa finire avvolta nell’abbraccio mortale del M5s: “Un’intesa? Non escludo niente perché in politica è stupido dire queste cose, però mi sembra un’ipotesi irrealistica. Per fare la legge elettorale può avere un senso, per fare la manovra no, perché la visione rispetto a questioni fondamentali come l’Europa e le tasse lo rendono un po’ complicato”, ha aggiunto. “Col Pd? Si fa la legge elettorale e si va subito al voto”. Di fronte al quadro confuso determinato dal voto, le sue fondamentali preoccupazioni - come per gli altri leghisti, del resto - sono quella di evitare l’impressione di voler scavalcare il segretario della Lega, dopo la forte legittimazione personale che Salvini ha ricevuto dal responso delle urne, e quella di allontanare il sospetto che la Lega intenda approfittare dello slancio venuto dal voto per prendersi tutta Forza Italia: “La Lega non fa nessuna Opa sul centrodestra. Sono gli elettori che hanno scelto. Giovanni Toti ha una sua idea da tempo circa il partito unico. Ma in caso noi come Lega noi saremmo pronti”, dice Giorgetti.
Intanto Berlusconi prova a resistere e a gestire i prossimi passaggi con un ruolo da protagonista. Ecco perché sta provando a mettere a tacere i malumori diffusi nel suo partito per l’eccessivo sbilanciamento sull’asse del Nord, che ha penalizzato i forzisti nel Mezzogiorno, e garantisce di non volersi fare da parte: “Come leader di Forza Italia e garante verso gli elettori degli impegni assunti nella campagna elettorale, intendo fare tutto il possibile, con la collaborazione di tutti, per consentire all'Italia di uscire dallo stallo, di darsi un governo, di rimettersi in cammino sulla strada della crescita nella responsabilità e nella sicurezza. Io sarò in prima linea come sempre”.