[Le interviste] “Avevamo previsto tutto, per questo siamo stati cacciati”

“Ma adesso chiedete conto anche dei rimborsi: non esistono giustificativi” Barbanti e Artini furono tra i primi espulsi dal Movimento perché critici verso un sistema di rendicontazione “ridicolo e aggirabile”. Oggi osservano la scena e si gustano “una piccola rivalsa personale”

Massimo Artini
Massimo Artini

“Avevamo previsto tutto, lo capiva anche un bambino di due anni che quel sistema era aggirabile da chiunque e comunque. Per questo siamo stati cacciati”. Sebastiano Barbanti e Massimo Artini sono due parlamentari ex 5 Stelle che tra la fine del 2014 e la prima metà del 2015 uscirono, anzi furono messi alla porta, dal gruppo provocando la prima vera frattura  all’interno del Movimento. Alla fine sono stati 38 gli eletti espulsi su 154. Tutti condividevano lo spirito originale del gruppo e, una volta in Parlamento, hanno via via assistito ad una deriva che concentrava sempre di più il comando nella mani di pochi e hanno cominciato a denunciare “l’opacità delle decisioni”. Ciascuno di loro ha preso strade diverse dopo una prima esperienza in un nuovo gruppo parlamentare (Alternativa libera): Artini, fiorentino, esperto di cybersicurezza, ha provato a portare alle elezioni un nuovo simbolo (10 volte meglio, dedicato al mondo delle start up) ma poi gli sono mancate poche firme; Sebastiano Barbanti è invece approdato nel Pd (marzo 2016) e ora tenta la rielezioni in Calabria, la sua terra. Entrambi avevano proposto modelli alternativi per tracciare versamenti e rimborsi.

Su 154 eletti 38 sono stati espulsi

“Vedi che con un po’ di pazienza la rivincite arrivano” dice Artini interpellato da Tiscali.it. Non c’è soddisfazione nel vedere cosa sta succedendo, in fondo sono stati tutti compagni di un bellissimo viaggio. “E’ la prova - dice - che non sono capaci di gestire cento parlamentari. Vi lascio immaginare il resto”.  In quei primi mesi erano molti che cercavano il modo per rendere sicuro e trasparente il sistema di rendicontazione. “Io- ricorda Artini - avevo proposto una cosa semplice: acquistare marche da bollo. In questo modo i soldi arrivano allo Stato e ciascuno di noi avrebbe avuto una controprova di ferro. Non mi è mai piaciuta la storia del fondo alla Pmi perché l’ho sempre considerato un modo di comprarsi i voti. E’ stata fin dall’inizio la mia tesi: se è vero che non dovevamo avere quei soldi, neppure dovevano restare a nostra disposizione. Voglio dire: è chiaro che quel Fondo è un bacino i voti per il Movimento, un luogo di creazione del consenso?”.

Chiarezza sui giustificativi dei rimborsi

Perché Casaleggio ha insistito con il metodo ora in vigore? “Perché loro cercavano il modo per fare la sceneggiata ogni volta, il Restitution day. E per fare questo dovevano centralizzare tutti i flussi di danaro, essere padroni di quei passaggi di danaro”. Artini si oppose a questo metodo, parlava, discuteva. Tempo pochi mesi e si trovò fuori. “Mi ricordo bene, come fosse oggi: con la scusa che ero in ritardo di un paio di mesi con la rendicontazione, mi trovai fuori dalla piattaforma e quindi fuori dal Movimento. Anche la mia cacciata avvenne in modo molto insolito: fu il capogruppo Cecconi, quello che oggi è fuori per non aver pagato, a firmare per mettermi fuori senza passare dall’assemblea. Fu una grave violazione del Regolamento e della democrazia”. Poi Artini suggerisce una domanda: “Se adesso i giornalisti vogliono andare avanti, dovete porre una domande semplice agli eletti 5 Stelle: ci fate vedere i giustificativi dei rimborsi ottenuti? Sono sicuro di poter dire che non ne troverete uno”.

Rendicontazione non semplice

Artini uscì a novembre. Barbanti e altri otto seguirono tra fine gennaio e i primi di febbraio 2015. “Sapevo che sarebbe successo, sono anzi stupito che il caso sia esploso solo adesso” racconta Barbanti. Nei primi mesi del 2014 i vertici del Movimento e la Casaleggio cercavano un modo per mettere on line un metodo sicuro di rendicontazione. “I vertici – racconta più con amarezza che con soddisfazione - puntavano al sistema attuale perché volevano una piattaforma centralizzata che permetteva di fare gli show mediatici, il restitution day, in piazza con l’assegno, e via di questo passo. Ma fin dalle prime riunioni denunciai che un sistema del genere sarebbe stato facilmente taroccabile anche da un bambino di due anni. Bastava caricare l’ordine, in modo da avere un pezzo di carta per dimostrarlo, e poi subito dopo cancellarlo. Se non ho capito male, è esattamente ciò che è successo”. In un primo tempo i vertici 5 Stelle avevano chiesto a tutti di dare una mano per mettere a punto un sistema di rendicontazione trasparente ed efficace. Barbanti aveva lanciato il suo file e una trentina di deputati decidono di usare il Sio invece che quello imposto dai vertici. “Stavamo provando, ci avevano detto di cercare…”. Finché un bel giorno arrivò l’ordine di Stefano Tare, assistente di Nuti (in seguito fatto fuori perché coinvolto nella storia delle firme false a Palermo) che ordinò di tornare tutti al primo sistema, quello attuale, che “io denunciai perché non era trasparente e non c’era privacy visto che tutti i nostri dati finivano chissà in mano a chi. Insomma, il mio sistema era decentrato e quello che hanno imposto molto accentrato”.

Anche Barbanti è convinto che il caso “si estenderà”

Anche lui suggerisce di fare una domanda: “Chiedete i giustificativi dei rimborsi richiesti dai parlamentari. Perché devono spendere 700 euro in treni quando noi parlamentari viaggiamo gratis? Perché esistono rimborsi di 600 euro di cancelleria quando la Camera ci rifornisce come e quando vogliamo?”. Altrimenti si può pensare che anche i rimborsi siano una forma di stipendio. Un’integrazione che oscilla ogni mese dai 5 ai 7 mila euro. Da aggiungere ai tremila e 500 circa di indennità. Così dicono, almeno, i rendiconti dei parlamentari 5 Stelle.