[Il retroscena] Di Maio cambia idea sul professore e il governo non parte. Salvini si arrabbia e lancia ultimatum

Tutti sereni, se ne riparla tra una settimana. Ancora un no da Luigi di Maio: “ancora troppa distanza su alcuni temi chiave come sicurezza, immigrati, reddito di cittadinanza e vincoli europei”. Salvini: “O si comincia o ci si saluta”

[Il retroscena] Di Maio cambia idea sul professore e il governo non parte. Salvini si arrabbia e lancia ultimatum

L’ultimo incontro è stato fatale. Ieri pomeriggio, verso le 14, gruppo 5 Stelle alla Camera, s’incontrano Salvini e Di Maio entrambi reduci da un fine settimana passato intorno ad un tavolo a chiudere il “contratto per il governo del cambiamento”. E’ in quel momento che Di Maio “boccia” il professor Giulio Sapelli come candidato premier. Lo aveva conosciuto la sera prima in un albergo di Milano e l’economista, volto noto della tv, docente di Storia economica alla Statale a Milano, era piaciuto al leader dei 5 Stelle. Che ci avrebbe comunque voluto riflettere su ancora una notte e che quel restava del giorno prima di salire al Quirinale. E invece nulla: non poteva diventare premier uno che difende i vitalizi - bandiera del Movimento - in quanto garanti della libertà di fare politica. E poi no, non sarebbe stato possibile spiegare alla base le ragioni per cui è stato scelto come premier “un altro professore” che a sentirlo parlare, tra l’altro, sembra molto a sinistra.

Nuovo rinvio

Il governo giallo-verde deve attendere ancora “almeno” una settimana. E a questo punto è lecito chiedersi se nascerà mai visto che, tra l’altro, entrambe le formazioni hanno rinviato al fine settimana per svolgere chi via web chi via gazebo (la Lega) la consultazione dei propri iscritti. La domanda sarà secca: “Approvate o no questo contratto per il governo del cambiamento?”. C’era una volta la democrazia della Rappresentanza. Ora la chiamano Diretta. Le ragioni dell’ennesimo slittamento sono di almeno due ordini di motivi: la premiership e i tanti, troppi, punti del programma su cui la distanza è così tanta che diventa difficile a questo punto anche immaginare una sintesi. Qualche punto: immigrazione, infrastrutture, ma anche reddito di cittadinanza (troppo tardi farlo partire dal 2020). Il Presidente Mattarella, che nell’ultima settimana non ha mancato di far intendere quale sarà il suo ruolo in questa difficile costruzione del governo del cambiamento (non sarà notaio e avrà l’ultima parola sui ministri), ha ricevuto ieri prima Di Maio, con Toninelli e Giulia Grillo scortati dall’immancabile Casalino, e poi (alle 18) Salvini, Centinaio e Giorgetti. Facce scure, molto seccate, più quelle della Lega che dei pentastellati. Ma è chiaro che l’alleanza che sembrava cotta e mangiata deve ancora essere messa sul fuoco.

La doccia fredda

Per tutta la mattina sono state date indicazioni positive circa lo sviluppo della giornata. Nulla di definitivo e però “buone sensazioni” soprattutto dal versante Lega. Di più: non solo il nome di Sapelli premier aveva già convinto redazioni e agenzie e siti a preparare biografie, profili e a scatenare la caccia alla frase o all’intervento del professore in grado di stupire. E far discutere. Insomma, sembrava fatta. E il Professore poteva persino ipotizzare, nelle prime dichiarazioni, squadra, temi. Nulla da fare. Alle 14 la doccia fredda: Sapelli non va; a questo punto anche il professor Giuseppe Conte, l’avvocato candidato ministro dei 5 Stelle, viene depennato. Al di là del fascicoletto di 26 pagine con i 22 punti del governo, su cui c’è ancora “molta distanza” tra le parti, per il governo non solo mancano premier e squadra ma anche i fondamentali: responsabilità, serietà e volontà. L’Italia ha votato il 4 marzo. Sono passati 73 giorni.

L’ottimismo dei 5 Stelle

Contano le parole. Ma contano soprattutto i volti. Quello di Di Maio quando parla nel Salone d’onore al Quirinale sembra convinto e sicuro del fatto suo. “Siamo consapevoli delle scadenze internazionali ma chiediamo qualche altro giorno perché si sta scrivendo un programma di governo per 5 anni”. In fondo, aggiunge poco dopo, “è solo la prima consultazione che facciamo dopo l’intesa”. Lunedì della scorsa settimana parlò Mattarella e sembrò che si dovesse andare a votare a giugno. Anzi, così dissero in coro Salvini e Di Maio. Di fronte a questo terrore, la mattina dopo Berlusconi cominciò a fare il passo di lato, ad essere il responsabile di turno e in poche ore Salvini, Di Maio e rispettive delegazioni erano sedute al tavolo del Contratto. In otto giorni è successo di tutto. “Abbiamo bisogno di tempo per metabolizzare” dice Di Maio. Toninelli, lasciato il Quirinale, si mostra certo: “Chiediamo solo un po’ di tempo in più. Non salta proprio nessun accordo”.

Salvini è nero e dà ultimatum

Alle 18 e 30 è previsto il leader della Lega. Venti minuti a colloquio con il presidente Mattarella e poi la ressa di telecamere e microfoni nella Loggia d’onore. Spesso vengono appena salutate. Ma ieri era giornata in cui Salvini aveva un’irrefrenabile voglia di comunicare. Comincia parlando di “visioni diverse e distanti” su giustizia, infrastrutture, migranti su cui pretende di avere “mani libere perché noi siamo La Lega”, della serie che non si può chiedere a loro di fare passi indietro sul tema con cui hanno fatto campagna elettorale per cinque anni. Salvini rilancia la necessità di “ridiscutere i trattati europei”: “O c’è accordo o non c’è accordo sulla nuova posizione dell’Italia in Europa. Non è un governo spauracchio ma gli italiani ci hanno votato per portare a Bruxelles la centralità del tema italiano del lavoro, della difesa dell’agricoltura, della pesca, sui vincoli. O riesco a dare vita ad un governo che ridiscute questi vincoli esterni oppure è un libro dei sogni”. E poi, ancora più duro: “Se siamo bravi e capaci di trovare la quadra, si parte. Altrimenti l’ultima cosa che vogliamo fare è prendere in giro gli italiani e il Presidente della Repubblica. Ad oggi per serietà gli accordi un tanto al chilo non fanno per me, spero di rivederci il prima possibile perché o si comincia o ci si saluta”. Subito dopo torna ad evocare le urne: “Se dessi retta ai sondaggi sarei i primo a dire andiamo al voto”. A Di Maio e al suo staff va comunque il suo ringraziamento “perchè stiamo lavorando notte e giorno e sono contento che questa sia una novità. Non ci scanniamo su chi farà il sottosegretario ma perché ci sia condizione sui punti del programma".

Il Quirinale incassa

Il fatto è che con questa settimana in più, cade del tutto anche la sola ipotesi di andare a votare a luglio. Il famoso voto con canotto, pinne e occhiali che tanto ha tolto il sonno nell’ultima settimana. Se va male, se ne riparla in ottobre. Ma per quello c’è ancora tempo. Intanto a palazzo Chigi c’è Gentiloni. Ecco perché dal Quirinale non filtrano parole preoccupate. Anzi, stando ad alcune indiscrezioni, pare che Salvini e Di Maio siano stati, nel privato dell’incontro, assai più ottimisti di quello che hanno dato a vedere”. Il fatto è che, dopo aver esperito senza successo tutti i possibili tentativi di maggioranza, avendo proposto il governo del Presidente in pratica preso a pesci in faccia, adesso è questa l’ultima chance di dare all’Italia un governo politico ed evitare uno sciagurato voto anticipato. Dunque il Presidente preferisce aspettare, dare seguito alle richieste di avere più tempo arrivate da Di Maio e Salvini. Anche per non dare alibi ai vincitori che poi lo accuserebbero di aver fatto abortire la creatura in gestazione.

Il terrore dei 5 Stelle

La verità, il vero motivo dello stallo, è che Di Maio non si fida: ha il terrore che la Lega possa essere una sorta di cavallo di Troia che gli porti in casa, in maggioranza, tutto il centrodestra schiacciando poi i 5 Stelle in minoranza.
Il motivo per cui Di Maio ha messo il veto totale e assoluto su Giorgetti e Salvini è esattamente questo: la loro leadership provocherebbe nel tempo l’appoggio e l’ingresso in maggioranza di tutto il centrodestra. E finirebbe 37 a 32 (le percentuali ottenute il 4 marzo dalla coalizione di centro-destra e dai 5 Stelle). In fondo, il governo Lega-5Stelle parte con 6 voti di vantaggio al Senato e 30 alla Camera. Non sono tantissimi. Significative allora alcune dichiarazioni di ieri. “Siamo per i processi brevi ma partiamo da questioni differenti anche perché io - ha detto Salvini - sono in questa veste non solo da leader della Lega ma della coalizione di centro-destra”. Quasi un avvenimento. Che il Cavaliere, ora riabilitato, segna e mette via. In fondo non gli è mai andata giù che il Quirinale non abbia dato al centrodestra l’incarico per provare a trovare quei numeri utili a formare una maggioranza.