"Parla cinque linque e non dice nulla?". Le difficoltà di Conte, premier gentile fra ministri che urlano

Il premier elegante e gentile soffre a tenere a bada i ministri Salvini, Toninelli, Di Maio e Savona. E procede passo passo, in un campo minato

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
TiscaliNews

E' uno dei meme (slogan) che circolano sui social, di provenienza Pd. Foto del premier Giuseppe Conte, sempre impeccabile ed elegante, e scritta in sovrimpressione: Parla cinque lingue e non dice una parola. Facile per gli avversari politici sparare sul presidente del Consiglio gentile. Troppo gentile per prendersi i titoli di testa di quotidiani e tg, sovrastato dal decisionismo di Salvini (che invade anche le competenze di altri ministeri) e dall'eco imbarazzata ma fin qui solidale di Salvini. O ancora, dagli annunci di riforma del lavoro fatti dall'altro vicepremier, Di Maio. Che uomo è quello che va a rappresentare l'Italia in queste ore al vertice Nato di Bruxelles? E' davvero un'evanescente, il presidente "avvocato degli italiani", come lui stesso si è definito?

Preso nel mezzo

In realtà Conte ci tiene al suo ruolo di mediatore, sorta di garante del buon funzionamento delle istituzioni, capace di ricucire i piccoli ma fastidiosi strappi fra vicepremier e ministri che fanno a gara per ottenere visibilità. Questa è un po' l'impressione del suo operato fin qui, e l'analisi che trova concordi i vari commentatori. Il punto di equilibrio è lasciare ai ministri competenti il compito di puntualizzare le dichiarazioni dei due vicepremier. Come sta andando fra la ministra della Difesa Trenta, quello delle Infrastrutture, Toninelli, e il titolare degli Interni, il discusso e acclamato Salvini. Riportato a più miti consigli quando gli è stato ricordato che non può arrogarsi il potere di disporre cosa debba fare la Guardia Costiera, e soprattutto che l'Italia non può chiudere i porti alle sue stesse navi militari. E come accade, sul fronte del decreto Dignità annunciato in pompa magna dal vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a cui ha messo un freno il ministro del Tesoro, Tria, che attende la certificazione della Ragioneria dello Stato sull'effettiva copertura finanziaria del provvedimento. 

Mettere a punto l'azione comune: una scommessa

Nel conteso anomalo del governo giallo-verde, Conte dovrà fare sempre più da buon padre di una famiglia eterogenea e qua e là litigiosa, o per lo meno con molte manie di protagonismo. Le fonti di Palazzo Chigi assicurano che sul tema dei migranti l'Italia ha in ogni caso una posizione ferma. E che la riunione di oggi e di ieri sera (con Toninelli, poi con Salvini) è servita a mettere a punto la fase attuativa della strategia italiana già messa in chiaro dalle conclusioni dell'ultimo Consiglio Ue. Il premier - riferiscono le stesse fonti - ha ricapitolato i punti emersi al Consiglio e illustrato la strategia operativa su come andare avanti con una programmazione per risolvere il problema migranti. Una programmazione che sarà al centro del faccia a faccia di oggi per consentire all'Italia di presentarsi in Austria con un documento condiviso dall'Esecutivo. Ennesima scommessa.

L'eleganza mite che soffre i toni ruspanti

I più critici (tutta la stampa di sinistra, ma anche un osservatore privilegiato e discusso come Luigi Bisignani) tratteggiano un presidente del Consiglio stralunato dai ritmi della politica istituzionale, meno concilianti di quelli universitari a cui è abituato. E per niente appassionato ai temi economici (su cui è aiutato dal sottosegretario Giorgetti, molto più uso a parlare di cifre e di nomine). Intenzionato ad opporre il suo stile tutto understatement ai modi ruspanti di Salvini. E a saldare l'asse istituzionale tra Palazzo Chigi e Quirinale. Da democristiano di lungo corso, il presidente della Repubblica Mattarella sa come far sbollire gli animi, e opporre mano ferma alle intemperanze leghiste. Ancora il capo dello Stato sta affiancando Conte nel far capire a Salvini e Di Maio che fare sparate a tutto social alla vigilia di incontri importanti con i partner politici internazionali è un guaio. E pare che i due lo stiano capendo. Ma solo fino a pagina due. Mentre dall'altra parte, il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona dichiara che bisogna prepararsi all'eventualità di un'uscita dall'euro, che altri potrebbero volere da noi. Smentito subito dopo da Di Maio: "Non lavoriamo all'uscita dall'euro". Circondato da galli cedroni, il premier azzimato soffre, stringe i denti e va avanti. In un campo minato.