[Esclusiva] Il candidato sindaco socialmente pericoloso: "Qui si comprano voti regalando la spesa"

Intervista al senatore D'Alì accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e in corsa a Trapani. "Grillo? Ha trattato i miei cittadini come cretini"

Antonio D'Alì in Senato

«Ho sentito dire, ripeto ho sentito dire che in certi quartieri è tornato il Comandante Lauro. Non più una scarpa prima del voto e un'altra dopo. Ho sentito dire che distribuiscono buste della spesa o pagano bollette». Il senatore Antonio D'Alì, uno dei cinque candidati a sindaco di Trapani, parla di vecchie pratiche elettoral-clientelari della Napoli degli anni Sessanta quando il comandante Achille Lauro ottenne oltre centomila preferenze nelle elezioni per il sindaco regalando un chilo di pasta e una scarpa prima e l'altra dopo il voto.

Ma qui siamo nella Trapani del 2017. Qui si combatte seggio su seggio, strada su strada. Qualcuno sarà appagato per la busta della spesa o per il pagamento delle bollette. Altri si accontenteranno delle promesse. Altri ancora non voteranno.

Trapani è una città dove il tempo si è fermato. Qui due candidati sono finiti nei guai. Antonio D'Alì il senatore prescritto in secondo grado, accusato di concorso esterno di Cosa nostra, nei suoi confronti è stato chiesto l'obbligo di dimora a Trapani, perché «socialmente pericoloso». Un altro candidato è stato arrestato all'inizio della campagna elettorale, Mimmo Fazio, deputato regionale, ex sindaco per due legislature di Trapani. Corruzione è l'accusa. Per aver aiutato l'armatore napoletano Ettore Morace in cambio di soldi e regali per un valore di 250.000 euro a ottenere corsie preferenziali alla Regione Siciliana.

In qualsiasi città moderna, i due candidati sotto osservazione giudiziaria sarebbero stati cacciati in malo modo. E invece, D'Alì e Fazio (quest'ultimo rimesso subito in libertà, da domani dovrà rivolgersi a qualche santo per non finire di nuovo agli arresti perché la Procura ha presentato appello contro la sua scarcerazione), hanno rubato la scena agli altri tre candidati. Il grillino Marcello Maltese, Piero Savona, Pd, e Giuseppe Marascia sostenuto da Antonio Ingroia l'ex Pm di Palermo. Sarà lunga la giornata, che si concluderà stanotte con lo spoglio delle schede. All'alba sapremo chi sarà il nuovo sindaco o quali saranno i due candidati che andranno al ballottaggio.

D'Alì spera di fare cappotto al primo turno e ha rifiutato in campagna elettorale un confronto con il suo ex alleato ora acerrimo avversario Mimmo Fazio. Insomma, due “fratelli coltelli”. Cinque anni fa l'allora coordinatore di Forza Italia, Angelino Alfano,benedisse la candidatura terza dell'ex generale dei carabinieri Vito Damiano, che vinse le elezioni.

«Perché abbiamo rotto?». Il senatore D'Alì non ha difficoltà a ricordare il passato. «La scelta di puntare sul generale Damiano maturò per raggiungere una temporanea pacificazione. Io avevo altri candidati da proporre ma Alfano decise il nome di Damiano. Neppure dodici ore dopo la sua investitura e candidatura, Fazio decise di mollarlo. Damiano non gli stava più bene perché respinse la sua richiesta di candidarlo a vicesindaco. Più in generale ho riscontrato la inaffidabilità politica di Fazio. Cinque anni fa si propose candidato nel Pdl e il giorno dopo si iscrisse al gruppo misto. Avevamo già manifestato momenti di forte contrasto sulla progettualità da proporre per la città».

Davvero la rottura avviene per futili motivi politici? A Trapani questa versione di D'Alì lascia molte perplessità.

Poi ci sono stati gli incidenti di percorso della «giustizia a orologeria». «Io mi sono ripreso bene - dice il senatore- vorrei vincere al primo turno. Il candidato grillino? È sempre difficile capire cosa succederà. Certo che Grillo è venuto a Trapani in una piazza non piena e non ha parlato di Trapani. Ha attaccato me e Fazio e trattato i trapanesi come dei cretini».

D'Alì difende il buon nome della città lui che dal 1994 ne è politicamente il rappresentante. Eletto con Forza Italia, amico di Silvio Berlusconi, di una famiglia che conta, il senatore da quasi un quarto di secolo è l'uomo politico più importante della città che ha consegnato al centrodestra i maggiori successi. Lui che è stato processato e prescritto dall'accusa di aver favorito Cosa nostra fino al '94 (per dopo i giudici l'hanno graziato non ravvisando provate le relazioni tra lui e i mafiosi). Una vicenda, in particolare, trova conferme processuali. Quella della intestazione fittizia di un fondo ceduto da D'Alì a Totò Riina per interposta persona. 

Scrivono i giudici dell'Appello: «La ricostruzione del primo giudice appare sintomatica del contributo offerto, nell'occasione, dall'imputato all'associazione mafiosa, al fine di consentire il raggiungimento degli scopi della stessa, avendo consentito il trasferimento di un bene immobile di ingente valore a un prestanome del massimo esponente di Cosa nostra del tempo - Salvatore Riina - onde sottrarlo a una possibile confisca da parte dell'autorità giudiziaria».

Entrano nel merito i giudici dell'Appello: «Non vi è dubbio che il fondo di Contrada Zangara venne acquistato da Francesco Geradi, su precisa istruzione di Matteo Messina Denaro e nell'interesse di Salvatore Riina. l'imputato D'Alì trasferì la proprietà del fondo (1992,ndr) dando quietante di 100 milioni di lire su un prezzo complessivo di 300 milioni di lire, quanti quel il Geraci nulla gli avesse versato e convenendo di ricevere il saldo in due rate di cento milioni ciascuna».

«La mafia in campagna elettorale? La presenza della mafia in questa provincia è stata mediaticamente enfatizzata. Trapani - dice il senatore - è una città chiusa quasi circondata del tutto dal mare. No, non ho percepito la presenza di Cosa nostra in questa campagna elettorale»