[Il retroscena] Alluvioni, hacker, giudici, faide interne: quanti guai per il Movimento Cinque Stelle

Crollano le donazioni e i donatori. E anche Di Maio ora teme. Ma i sondaggi continuano a premiarli

Grillo, Fico,  Di Maio  e Di Battista

Anche la gag non funziona: il ghiaccio resta  lì, nei bicchieri, e non accenna a sciogliersi. Se doveva essere la metafora della ritrovata empatia tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio, diciamo che non ha raggiunto l'effetto sperato. E quella frase finale che il capo politico butta  in faccia al gestore del suo blog- "adesso mi dai tutti i soldi che mi devi" - è l'unica cosa che "buca" nel video di 30 secondi.

L'operazione verità stavolta non produce gli effetti sperati. Annunciato il giorno prima in pompa magna  come la risposta definitiva a dieci giorni di articoli e analisi pieni di dubbi e domande sulla "crisi ai vertici della Casaleggio" fino al sospetto di una "rottura soprattutto di linea politica tra Beppe e Davide", il video non convince e quella che doveva essere solo battuta sui soldi alla fine prende il sopravvento e diventa quasi l'unica verità.

Beppe Grillo Davide Casaleggio

I sondaggi continuano a premiarli, sono stabili intorno al 27-28%, lontani ormai dal 30 e settimana dopo settimana il consenso viene rosicchiato di qualche decimale. Ma è un momento difficile per il Movimento 5 Stelle. Il più difficile. In cui niente va come deve.   Quasi che le stelle si fossero messe di traverso e avessero smesso di brillare. Ci mancava solo il giudice ieri che ha bloccato le regionarie in Sicilia mettendo in forse la corsa di Cancelleri... "Come dice la legge di Murphy? Tranquillo che se qualcosa può andare male, lo farà? Ecco, adesso è così" dice la deputata 5 Stelle chiaramente preoccupata mentre scivola in Transatlantico. Ale di Battista, normalmente passo sicuro, sguardo di sfida, intorno a se capannelli adoranti, cammina a testa bassa e si siede solo nel cortile di Montecitorio dove parlotta fitto con uno, massimo due fedelissimi alla volta.

Le spine nel fianco: i sindaci 

Ogni giorno c'è n'è una. La tragedia di Livorno preoccupa, giustamente, i vertici del Movimento. Non che il povero Nogarin sia responsabile della bomba d'acqua, così come la Raggi non è della siccità. Ma la reazione del sindaco di Livorno non è stata delle migliori: è stato il primo a fare polemica - salvo poi fare marcia indietro - quasi per mettere le mani avanti rispetto ad una sua evidente mancanza: non aver rispettato la procedura dell'alert system previsto dalla Regione Toscana (avviso ai cittadini sul rischio meteo). Così come è il sindaco a non aver dato priorità, in tempo di prolungata siccità, alla pulizia di fiumi e torrenti. Se a questo si aggiunge che Nogarin non ha praticamente più la maggioranza in consiglio - un eletto se n'è andato in polemica con il trasferimento forzato dell'assessore al bilancio Lemmetti a Roma - ha ragione il deputato toscano che dice: "A giorni ci scoppia tra le mani anche Livorno, speriamo dopo Italia 5 Stelle".

Sfiducia per Virginia?

Tutto questo incrociando le dita per Roma: si è allagata domenica mattina, giorno di festa, e le conseguenze sono state pesanti: Colosseo chiuso, metropolitana anche, asfalto saltato lungo le strade, tombini chiusi anche da foglie e sporco, fogne che non ricevono. Il timore è che la Capitale non possa reggere ad una pioggia insistente di qualche ora. Lato inchieste, invece, pare che i magistrati di Roma abbiano pietà per Virginia e abbiano deciso di rinviare a dopo la convention nazionale di Rimini il rinvio a giudizio per falso (inchiesta nomine). Ma comunque la si voglia vedere, il Campidoglio è una zavorra per tutto il Movimento. "Insostenibile una campagna elettorale per le politiche con la bomba innescata di Roma" disse durante l'estate un senatore 5 Stelle. Meglio sfiduciarla prima? In ogni caso c'è chi sta organizzando una mozione di sfiducia pubblica da mettere in scena proprio a Rimini, durante "Italia 5Stelle".

I conti non tornano 

Già, Rimini, il vero incubo del Movimento. Sulla carta è la kermesse di lancio della campagna elettorale per le regionali in Sicilia e le politiche della prossima primavera. Per Casaleggio e Di Maio, quasi un unico turno elettorale, dove il primo voto tira l'altro in una ipotetica cavalcata delle valchirie pentastellate. E però... Mancano i soldi. Fino allo scorso fine settimana, la raccolta segna 232 mila euro quando ne servono 400 mila. Il video del ghiaccio di ieri serve anche a questo: metter mano al portafoglio. Ma quello che preoccupa è il crollo verticale del numero dei donatori: quest'anno sono, al momento, 1903, solo il 21 per cento rispetto al 2016. 

Le cose non vanno meglio nella Casaleggio. Per il terzo anno di fila la casa madre segna rosso nel bilancio. Eppure gestisce il blog di Grillo e tutte le piattaforme digitali degli eletti. Sono clic e quindi pubblicità. Per questo Grillo chiede soldi? I suoi soldi?

E anche Rousseau fa le bizze 

Questa è la spina più amara per Davide Casaleggio. Anche per Grillo e tutti i puristi ortodossi che si sono beati e riempiti la bocca delle bellezza e trasparenza della democrazia digitale. Da quando Rousseau è stata hackerato in piena estate, il mito della democrazia del clic è andato in profonda crisi. Se vogliamo, è proprio questo il problema principale. Rousseau ha dimostrato tutta la sua fragilità, si teme il furto di identità digitali ed è chiaro che tutte le elezioni finora avvenute tramite i blog sono state tutt'altro che blindate. Anzi: gli hacker hanno dimostrato che è possibile il controllo totale delle informazioni, e quindi anche del voto e dei votanti, da parte di chi gestisce il blog. 

Che fare ora? La comunicazione tranquillizza dicendo che è tutto a posto, che "è stato aggiunto un pin per ogni elettore, un filtro di sicurezza in più" e che le votazioni per decidere il candidato premier "avverranno regolarmente tramite Rousseau". Ma la macchia dei voti e del consenso pentastellato è ferma ai box da metà luglio. Dalla prima incursione dei pirati.

Il premier 

Ieri Di Maio ha fatto outing: "Se i nostri iscritti vorranno individuare me come candidato premier, io ci sarò". Un'autocandidatura anomala per la grammatica 5 Stelle dove, appunto, uno-vale-uno (pur con tutte le correzioni intervenute sul tema), e più di tutto conta il programma votato su Rousseau dai cittadini e di cui ogni eletto è portavoce. 

Il fatto è che anche sulla premiership è in corso una partita durissima tra le due anime del Movimento, ortodossi prima maniera e pragmatici alla Di Maio, quelli per cui è giusto e necessario andare a Cernobbio a parlare ai "nemici" della trilateral. Lo smalto di Giggino ultimamente è un po' ammaccato, effetti collaterali - anche - della vicinanza alla Raggi. È "il candidato" da almeno due anni. E questa rincorsa lo sta sfibrando. Glielo si legge anche in faccia. La domanda è se il suo logoramento sia casuale o, invece, studiato a tavolino. La sera del 23 settembre a Rimini, sarà dato l'annuncio. Non sono escluse sorprese.

Cavallo azzoppato

Infine, l'ultima iattura, arriva dalla Sicilia, da tempo fonte di guai per i 5 Stelle. Il giudice civile ha accolto il ricorso dell'attivista Mauro Giulivi, escluso dalla regionarie perché non aveva sottoscritto il codice etico. Decisione illecita, secondo il giudice. Che ha rinviato al 18 settembre la decisione. Nel frattempo Cancelleri è un candidato azzoppato. Congelato. "Il giudice - spiega l'avvocato Borrè che assiste Giulivi - ha riconosciuto che il nostro cliente è stato escluso per l'asserita pendenza di un procedimento disciplinare per un illecito che non è neanche previsto dall'attuale statuto come causa di esclusione della candidatura". 

Insomma, 5 Stelle puniti dalle loro stesse regole che, per altro, cambiano molto in fretta. E comunque sempre nella direzione decisa dalla Casaleggio. È la riedizione di Genova, quando il vertice decise di escludere Cassimatis. Il blog butta acqua sul fuoco: "Tutto bene, i 5 Stelle parteciperanno alle Regionali, faremo quello che decide il giudice". Un'altra grana. Grossa. Il solito imbarazzante pasticcio. Se poi ci metti che Giulivi è vicino a Nuti, 5 Stelle storico, da sempre rivale di Cancelleri è sospeso per l'inchiesta sulle firme false, si capisce che dietro tutto ci sta ancora una volta la guerra interna al Movimento.

Come se non bastasse, il povero Di Maio era in Sicilia ieri, nel mini tour con Cancelleri, quando è arrivata la notizia. Anche plasticamente, un nuovo imbarazzo per il candidato premier. Si tratta di capire, ora, se tutto questo è colpa della legge di Murphy. O se siamo di fronte ad una sorta di luddismo a 5 Stelle: la rivolta delle macchine, dei sistemi, delle regole e delle piattaforme che sono anima e scheletro del Movimento.