Di Battista, Calenda, Bindi e gli altri. Tutti gli addii in Parlamento e Governo

Chiara e motivata la scelta di Carlo Calenda. Il ministro per lo Sviluppo Economico, è stato corteggiatissimo dal Pd come da Fi, dal centrosinistra come dal centrodestra. Per qualche tempo pareva sul punto di lanciare un suo progetto, di diventare l'Emmanuel Macron italiano, espressione del centro, poi Matteo Renzi lo avrebbe fermato proponendogli diverse soluzioni. Niente da fare, non sarà in lista

Di Battista, Calenda, Bindi e gli altri. Tutti gli addii in Parlamento e Governo

A marzo, quando ci saranno le elezioni politiche, saranno passati esattamente quaranta anni dal giorno in cui, per la prima volta, Nanni Moretti, con il suo "Ecce Bombo", lanciò il più fortunato dei suoi sketch: "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?". Nonostante i decenni e, nel frattempo, siano cambiate tre Repubbliche e quattro sistemi elettorali, siamo sempre lì, al passo indietro fatto più per far pesare una assenza e per questioni tattiche che per una reale volontà di farsi da parte. 

L'ultimo in ordine di tempo ad annunciare - a sorpresa - che il suo nome non sarà sulle liste elettorali è stato Angelino Alfano. "Non mi candiderò alle prossime elezioni. Voglio così dimostrare che quanto ho fatto in questo anni è stato dettato da sincera convinzione", ha spiegato, ospite di Porta a Porta, il ministro degli Esteri. La sua scelta, che era nell'aria sin dalla sconfitta del Pd alleato con Ap alle elezioni siciliane, consentirà a quel che resta del suo partito di ricercare intese col centrodestra. Dopo nove anni ininterrotti al governo e con un curriculum che comprende ministero degli Esteri, dell'Interno e della Giustizia, il posto di vice a Palazzo Chigi e l'esperienza da segretario di un partito del 37%, il deputato di Agrigento non avrà problemi a trovarsi un altro lavoro e, forse, a diventare la più giovane "riserva della Repubblica" sul mercato (politico), di qui a qualche mese. 

Il primo degli annunci di non ricandidatura che ha fatto più scalpore è stato quello di Alessandro Di Battista. Il numero due del Movimento 5 stelle, bruciato all'ultimo secondo nella corsa alla premiership da Luigi Di Maio, ha fatto sapere con largo anticipo di non voler proseguire la sua esperienza da deputato. Il 20 novembre scorso il volto più famoso e movimentista dei Cinquestelle ha annunciato via Facebook la sua scelta, che Beppe Grillo ha trovato "commovente" di voler rimanere fuori dalle liste per dedicarsi ad una nuova vita "lontana dai Palazzi" della politica, avendo più tempo da dedicare al figlio, "alla scrittura e ai reportage all'estero". Per moltissimi osservatori si sarebbe trattato di un escamotage per bypassare la regola del doppio mandato che gli avrebbe impedito poi di ricandidarsi, un modo elegante per costruire una successione con Luigi Di Maio - che uscirà probabilmente sconfitto alle prossime elezioni - o per essere pronto a raccoglierne il testimone in caso di elezioni anticipate magari già nel prossimo autunno. 

Altrettanto tattica, ma certamente motivata in maniera più chiara la scelta di Carlo Calenda. Il ministro per lo Sviluppo Economico, prima manager e collaboratore di Luca Cordero di Montezemolo, poi animatore di Italia Futura e eletto nel 2013 alla Camera dei deputati con Scelta Civica, è stato corteggiatissimo dal Pd come da Fi, dal centrosinistra come dal centrodestra. Per qualche tempo pareva sul punto di lanciare un suo progetto, di diventare l'Emmanuel Macron italiano, espressione del centro, poi Matteo Renzi lo avrebbe fermato proponendogli diverse soluzioni. Niente da fare, non sarà in lista. "Non mi riconosco in nessuno dei grandi partiti, quello che cerco è un partito riformista e mi chiedo se c’è in Italia: ho pensato  che lo fosse il Pd e che il Pd fosse interessato a me, ma adesso penso che non sia interessato e che nemmeno lo voglia essere", ha ribadito ieri pomeriggio, nel corso di un incontro pubblico organizzato da Il Foglio allo Spazio Sorgente. "Perché non correre da solo? Perchè l'Italia ha bisogno di tutto, tranne che di un nuovo piccolo partitino, di frammentazione", ha risposto, confermando la sua intenzione di non voler prendere parte alla campagna elettorale. Sicuro la sua scelta di mantenere un profilo tecnico potrà servirgli in caso di stallo post elettorale, magari addirittura lanciarlo come personalità super partes e oltre gli schieramenti capace di mettere insieme un esecutivo tecnico proiettato verso lo sviluppo (economico). 

Meno tattica e più obbligata la decisione presa da Rosy Bindi di ritirarsi dal Parlamento. La presidente della commissione Antimafia, che è stata più volte ministro (compreso della Sanità), è in Parlamento dal 1989 e già alle ultime elezioni aveva strappato all'ultimo secondo una ricandidatura che appariva in contrasto con lo Statuto del Pd, che pone dei limiti al numero dei mandati. "Vorrei dedicarmi agli studi, tornare al mio vecchio amore per la teologia. E poi viaggiare un po’, visto che, come dice Romano Prodi, finora sono stata in tutti gli aeroporti del mondo: ho girato tanto ma ho visto poco", confidò al Corriere. Negli ultimi mesi era entrata in conflitto non soltanto col segretario dem, ma anche con molti esponenti locali del suo partito additati come "impresentabili", accusa che le è valsa una denuncia del governatore della Campania Vincenzo De Luca. Molti pensavano che fosse sul punto di aderire - come hanno fatto altri ex democristiani passati per la Margherita come per esempio Enzo Carra - con la lista di Piero Grasso, ma poi l'ex ministro ha tenuto il punto. Sempre a sinistra ieri ha fatto rumore un altro gran rifiuto. 

Quella di Giuliano Pisapia non era una ricandidatura, ma una operazione politica battezzata, poi interrotta, un tentativo di costruire una realtà a sinistra del Pd che fosse unitaria e alleata: "Campo progressista ha combattuto, ma c'è un momento in cui le speranze di trasformare un progetto in realtà diventano irragionevoli illusioni. Questo è quel momento", ha scritto ieri su Facebook l'ex sindaco di Milano. Non ci sarà il simbolo del suo partito, non si candiderà lui. "Per oltre un anno sono stato a cercare caparbiamente una strada per l'unità di un nuovo centrosinistra; il mio tentativo non è riuscito.  Per quanto mi riguarda ripeto, come ho detto fin dall'inizio, che non sarò candidato al Parlamento", ha annunciato. Chi lo ha seguito nel suo tentativo aderirà al progetto ispirato da Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema. Quest'ultimo aveva fatto un "passo di lato" alle ultime Politiche, nel 2013. Saltato un giro, l'ex premier e segretario dei Ds, tornerà col suo nome su una scheda elettorale, con ottime chance di riuscire ad essere eletto. Uscire e rientrare dal Parlamento, insomma, è possibile. Difficile che riesca a farlo Silvio Berlusconi, che resta incandidabile e difficilmente sarà riabilitato prima della chiusura delle liste.