Perché bisogna preoccuparsi se qualcuno impicca il fantoccio di Salvini

Chi conosce la storia degli anni di piombo sa bene che la linea di confine fra l'ingiuria verbale e l'aggressione è spesso molto sottile

Perché bisogna preoccuparsi se qualcuno impicca il fantoccio di Salvini
di Luca Telese

Dunque, ricapitolando: adesso c'e anche una finta impiccagione per Matteo Salvini. Prima le ingiurie verso Meloni madre (e figlio, tra l'altro ancora non nato), La insultano sul web per la sua gravidanza le dicono cinica e speculatrice, perché ha osato annunciare la sua gravidanza al Family day, la inestino di odio e disprezzo. La sua unica colpa è quella di aspettare un figlio e di essere un leader politico.

Poi la vergognosa azione squadristica contro Angelo Panebianco. Irrompono mentre sta facendo lezione, gli gridano: "Assassino! Hai le mani sporche di sangue". Gli dicono anche che è un servo del potere, un lanzichenecco, un cinico giustificatore di stragi. La sua colpa è aver scritto un articolo sulla guerra di Libia. Quindi è la volta di Nichi Vendola: comunista, ricco, privilegiato di merda, cinico mercante di bambini, sfruttatore, egoista, Frankenstein. La sua colpa è aver concepito un figlio con una madre surrogata. Cosa accadrà quando farà il suo primo comizio in Italia dopo la nascita di Tobia?

E quindi tocca a Matteo Salvini: oltre al solito repertorio di odio, oltre agli insulti di sempre, nella stessa città dove un giovanotto dei centri sociali lo aggredì e lo inseguì fino a camminare sul parabrezza della sua macchina frantumando il vetro ("Ha cercato di uccidermi... La mia era solo legittima difesa!"), ieri hanno fatto ritrovare un pupazzo impiccato sotto un ponte, con indosso una maglietta di colore verde Padania, il simbolo della Lega sul petto, il suo simulacro, con una foto del leader leghista al posto del volto. È tutto normale o bisogna iniziare a preoccuparsi?

Chi conosce la storia degli anni di piombo sa bene che la linea di confine fra l'ingiuria verbale e l'aggressione è spesso molto sottile. Sa anche che fra la rappresentazione della violenza, la sua simulazione, e infine il delitto, spesso c'è solo una friabile intercapedine divisoria: il capriccio del caso. La morte dello studente di sinistra Paolo Rossi, a Roma, nel 1966, fu provocata dalla caduta da un muro: un lutto drammatico, apparentemente isolato, ma avvenuto però in un clima di disordine e scontri all'Università, con la guerriglia dei neofascisti in mezzo ai viali.

La prima vittima degli anni di piombo, l'attivista missino Ugo Venturini, a Genova, nel 1970, mori ufficialmente di tetano: durante degli scontri di piazza che sembravano scaramucce, gli piovve sulla testa una bottiglia di vetro riempita di sabbia, e in quella polvere c'era il virus della sua malattia. Nel 1968, in tutto il nord Italia, ci sono attentati sui treni che sembrano dimostrativi, e un ordigno che pareva un giocattolo collocato per odio etnico alla scuola italo-slovena. Non scoppia, e tutti pensano che fosse solo una bravata. Poi, ad opera dello stesso gruppo ordinovista, solo un anno dopo, nel 1969, ecco la strage di piazza Fontana, a Milano:  16 cadaveri e 87 feriti.

A Salerno nel 1972, contro un altro ragazzo di destra, Carlo Falvella, arriva la prima coltellata premeditata: solo  un anno dopo, nel 1973 a Roma, contro i fratelli Mattei viene organizzato il primo attentato incendiario (morì anche un bambino di otto anni, Stefano, arso vivo). Nel 1974 a Padova si registra la prima esecuzione a freddo delle Brigate Rosse ("E' stato un incidente sul lavoro", disse molti anni dopo Renato Curcio con incredibile cinismo) con l'assassinio di Mazzola e Giralucci, due militanti missini che a Padova si rifiutarono di consegnare l'elenco degli iscritti della loro sezione alle bierre e - per questo - furono freddati con un colpo alla nuca.

Il 22 febbraio 1978 ecco il primo delitto dei Nar: un ragazzo, Valerio Fioravanti, spara ad un altro ragazzo che si chiama Roberto Scialabba e che sta portando a spasso un cane in un giardino della periferia di Roma. Fioravanti è convinto che Stefano faccia parte di un centro sociale, e che abbia partecipato alla strage di Acca Larentia, quella che l'8 gennaio 1978 ha prodotto la morte di altri tre ragazzi di destra. Gli sale a cavalcioni sul petto mentre è a terra, impugna la pistola a due mani e gliela punta in mezzo agli occhi, spara. Al processo dirà: "Mi sono accorto solo in quel momento, dal terrore e dallo stupore del suo sguardo, che non c'entrava a nulla". Troppo tardi.

Ed è a questo punto che si innesca il ritmo della faida, di omicidi e rappresaglie, morti per errore, di esecuzioni e di vendette, che alimenta il metronomo del sangue fino a perdere memoria di come sia incominciata, e perché, e fino a quel dato incredibile; a Roma, nel 1980, nella piena stagione della lotta armata, c'è un morto ogni quattro giorni per violenza politica.

Se le ripercorri in questa progressione sintetica e destrutturata, le prime tappe degli anni di piombo sembrano una percorso  inarrestabile è quasi surreale, che porta dall'apparente casualità alla  geometrica potenza di fuoco. Che parte dall'evento imponderabile fino alla banale contabilità della morte. Eppure, il presupposto ideologico di questa carneficina, sempre e comunque, è stata l'opera di disumanizzazione, calunnia, ingiuria, demonizzazione dell'avversario. Se devo sparare a qualcuno, prima devo convincermi che non sto abbattendo un uomo, una vita degna, un padre di famiglia, un poliziotto chieda il suo dovere, ma che sto giustiziando un nemico, un indegno, un bersaglio.

Prima di cominciare a sparare, quindi, si è sempre cominciato ingiuriare. Queste piccole e miserabili campagne di infamia, i manichini dei Cattelan dei poveri, ci dicono che siamo di nuovo alla vigilia di una nuova ondata di violenza? Per fortuna in quella stagione di odio ideologico si fusero alcune circostanze irripetibili. Per fortuna - al contrario di allora - non ci sono gruppi armati in attività, non ci sono servizi d'ordine, rivoltelle nascoste nelle case degli adolescenti.

Eppure c'è una preoccupante recrudescenza di violenza verbale e teorica. Racconta Giampaolo Pansa, (ha appena pubblicato una sua bella biografia "Il rompiscatole", Rizzoli) che nella redazione del Giorno, nei primi anni sessanta, ex repubblichini ed ex partigiani convivevano con toni quasi goliardici, a soli quindici anni dalla guerra civile che li aveva visti sparare e combattere su fronti opposti. Nelle riunioni di redazione c'era chi aveva trasformato questa memoria in un tormentone ironico: "Dì la verità, sei tu che hai bruciato la mia casa sul monte Penice?".

Solo otto anni dopo gli eredi della Repubblica sociale e gli eredi dei partigiani pensavano che fosse necessario e inevitabile spararsi addosso. È il contesto che rende possibile il delitto e lo legittima, sempre. Diceva saggiamente il vecchio Karl Marx che la storia si ripete sempre la prima volta in forma di dramma e la seconda in forma di farsa. Vero, verissimo, e questa legge in qualche modo ci tutela.

Ma tuttavia, questo nostro passato prossimo inzaccherato di sangue, lo scenario di guerra segreta che circonda il nostro paese, gli apprendistati di morte da volenterosi carnefici dei killer di Parigi, (e dei loro predecessori), ci dicono che siamo di nuovo circondati da quel clima di odio ideologico, etnico, politico, che fu il presupposto della macelleria omicida degli anni settanta. Per questo non bisogna farsi prendere dal panico, ma nemmeno dall'ansia di minimizzare, dal bisogno di derubricare al rango di "ragazzate" le aggressioni squadristiche.

E, soprattutto, non bisogna confortarsi con la doppiopesistica rassicurazione che se stanno insultando o aggredendo un mio avversario politico, in fondo, è meno grave. Non si tratta di sentimenti buonistici, ma di una grande verità. È giusto riconoscere gli avversari, e sfidarli, sul terreno delle idee: ma non esiste nessun nemico, se non chi odia.