[L’intervista] "Vi spiego perché Minniti ha lanciato la lotta contro le fake news nel momento sbagliato”

Tiscali.it ha sentito uno dei massimi esperti italiani in Diritto dell’Informazione, il giurista Ruben Razzante

'Vi spiego perché Minniti ha lanciato la lotta contro le fake news nel momento sbagliato”
Il ministro dell'Interno, Marco Minniti
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

A distanza di una settimana dall’annuncio del ministro dell’Interno, Marco Minniti, ancora non si sono spente le polemiche sull’impiego della polizia postale nella lotta contro le fake news. Come noto è stato messo a disposizione dei cittadini un sito internet commissariatodips.it  dove segnalare l’esistenza e la circolazione sul web di notizie false. Autorevoli giornalisti come Marco Travaglio hanno parlato senza mezzi termini di “istituzione di un ministero della Verità di orwelliana memoria”. Questo rischio esiste davvero? Lo abbiamo chiesto ad un esperto in materia, il giurista Ruben Razzante, docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano.

Il giurista, Ruben Razzante

Era davvero necessario creare un organismo che vigila sulle fake news?
"Le notizie false sono sempre esistite ma non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad una emergenza perché su internet vengono amplificate. Da tempo ho espresso il mio sostegno alla proposta del garante Pitruzzella sulla necessità di creare un organismo europeo, che fissi le linee guida sui parametri da considerare per ritenere attendibile una notizia. Ma questa attività dovrebbe riferirsi solo alle notizie e non alle opinioni. Non dovrebbe essere cioè un bavaglio che limita la circolazione delle idee perché questo sarebbe fascismo”.

Dunque, il ministro Minniti ha fatto bene a lanciare il commissariato contro le bufale?
"Su questo sono meno d’accordo”.

Perché?
"Per due motivi principali. Il primo è che ha dato credito all’allarme lanciato dal New York Times sul fatto che la campagna elettorale italiana possa essere contaminata e drogata da fake news, cosa che io non credo nel modo più assoluto”.

Sta dicendo che in campagna elettorale non saranno raccontate bugie agli elettori?
"Assolutamente no. I politici in campagna elettorale hanno sempre fatto, e continuano a fare, promesse che poi puntualmente vengono disattese. Ma il diritto alla libertà di pensiero può essere legittimamente esercitato anche attraverso la propaganda elettorale. Anche perché chi può dire che una determinata promessa sia una fake news? Nessuno, senza che si corra il rischio di una ingerenza del governo nel dibattito politico che di fatto si trasforma in una censura". 

Quindi, se ho capito bene, un conto è la propaganda politica un’altra sono le fake news.
"Esatto. Un conto sono le opinioni o le proposte politiche un altro i fatti falsi e fuorvianti, attribuiti per esempio ad un personaggio pubblico, che possono essere facilmente scoperti e denunciati attraverso una serie di verifiche sul web”.

L’intento di Minniti è proprio questo.
"Vero, ma oltre ad aver dato credito, a mio avviso erroneamente, alla tesi che la campagna elettorale italiana possa essere viziata dalle fake news, c’è un problema di tempistica”.

In che senso?
"Nel senso che il ministro dell’Interno non è parte terza indipendente, ma parte in causa in quanto candidato esso stesso alle elezioni con uno dei tre principali schieramenti in campo. Questo potrebbe generare il sospetto negli elettori che ci sia il tentativo di orientare il consenso. Credo che questo non si verificherà ma eventuali dubbi sono legittimi”.

Quindi in conclusione, cosa si sarebbe dovuto fare?
"Di sicuro aspettare la fine della campagna elettorale e poi, come già detto, promuovere una iniziativa a livello europeo, in grado di coinvolgere tutti i soggetti interessati alla lotta contro le fake news ovvero istituzioni, editori, motori di ricerca e piattaforme social, per definire non dei meccanismi di censura, ma dei parametri che possono essere utilizzati per qualificare le notizie come veritiere”.

Può farci un esempio concreto per capire meglio?
"Il primo che mi viene in mente è quello di qualificare sulle varie piattaforme web come attendibili quei fatti che sono stati pubblicati da almeno tre testare giornalistiche ritenute autorevoli e affidabili. Non risolverebbe del tutto il problema ma sicuramente sarebbe un passo in avanti. Ricordandoci però, e non mi stancherò mai di dirlo, che la valutazione di veridicità non deve in alcun modo riguardare le opinioni e dunque la libertà di pensiero e di espressione”.