Il sonno della politica che cavalca solo la paura e il sospetto

In un suo intervento sui social il noto giornalista e direttore del TgLa7 tratteggia un quadro a tinte fosche sull'incapacità della classe dirigente di trovare risposte ai grandi temi sociali

Enrico Mentana
Enrico Mentana
di Enrico Mentana

Quando ero bambino tutti noi, nel clima di fiducia nel progresso scientifico, vivevamo come una conquista di civiltà quello zuccherino che ci metteva al riparo dalla poliomielite o quella puntura al braccio che ci lasciava una inconfondibile cicatrice ma in compenso ci immunizzava dal vaiolo. Ed era vero, erano conquiste ottenute per il genere umano da grandi studiosi.

I vaccini e Big Pharma

Era il tempo in cui si inauguravano l'autostrada del Sole e la metropolitana di Milano, e il primo istinto era di fare festa, non di pensare a quante tangenti erano state pagate o se le stazioni o le uscite erano quelle giuste. E così nessuno pensava che le vaccinazioni fossero un regalo a Big Pharma, ma semmai alla nostra società, un progresso di e per tutti, come la Milano-Roma, come il metrò. E non erano solo i miei occhi di bambino a vedere quel progresso obiettivo.

A casa loro

L'immigrazione interna stava contribuendo in modo decisivo alla spinta industriale, e cambiava le nostre città senza minare lo spirito prevalente di accoglienza. C'era ovviamente già allora chi borbottava "perché non restano giù a casa loro". La vita era molto più povera di oggi, ma la solidarietà molto maggiore. Il crescere in periferia ci insegnava la convivenza e la diversità. I neri erano negri, e i rom erano zingari, ma soprattutto per i primi, i "marocchini" non c'erano paure o ostilità. Del resto, non erano neri anche Jair o Amarildo, i campioni che vedevamo allo stadio?

Cultura e civiltà anni '60

Ecco, la storia, la cultura, la civiltà degli anni sessanta ci indicavano una strada sicura, quella che al passaggio del decennio ci avrebbe donato lo Statuto dei lavoratori e le leggi sul divorzio e l'aborto. Ma questo accadeva anche perché la politica faceva la politica, non pantografava pericoli e problemi per alimentare le paure dell'opinione pubblica, e non accantonava i problemi per non affrontarli. Fu più facile fare quelle leggi che ho ricordato, e la chiusura dei manicomi, e tanto altro, che incardinare oggi proposte di legge tremebonde sullo ius soli o sul fine vita, utili a fine legislatura solo per fare ginnastica identitaria, o rendere contendibile l'idea della vaccinazione, nella dialettica demenziale tra decreto e facoltatività. Perché il sonno della politica genera questo, e molto altro.