[L’intervista] Il dolore e la forza dei figli di Libero Grassi: “L’omicidio ha stravolto le nostre vie e Palermo non vuole la libertà”

In casa con Davide e Alice alla vigilia della messa in onda della fiction di Canale 5 “L’omicidio di mio padre ha scombussolato tutte le mie relazioni con gli altri. Ho provato a gestire il fatto come se la mia vita dovesse durare centinaia di anni. Cinque, dieci, venti anni per fare i conti con il dolore e poi si riprende a vivere. Ma, purtroppo, non è così, non siamo centenari…”.

Alice Grassi
Alice Grassi

In prima serata su Canale 5 viene trasmesso un film sull’imprenditore siciliano Libero Grassi ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991. E’ la prima volta che il racconto della coraggiosa e lucida denuncia dell’imprenditore viene trasposto in una fiction. Non è, però, la prima volta che la storia di Libero appare sugli schermi della TV: il 29 agosto del 2011, in occasione del ventesimo anniversario dell’omicidio, Pietro Durante ha realizzato per Raidue “Libero nel nome”, un documentario ricco di immagini e di approfondimenti; successivamente, la rete ammiraglia della Rai ha mandato in onda in prima serata la docufiction di Francesco Miccichè e Giovanni Filippetto (“Io sono Libero”) il 29 agosto del 2016. Adesso nel film “A testa alta” di Graziano Diana, prodotto da Pietro Valsecchi, Giorgio Tirabassi interpreta l’industriale siciliano e con lui Michela Cescon (la moglie, Pina Maisano) e Diane Fleri (la figlia Alice).

Abbiamo pensato di parlare del film con Alice e Davide, i figli di Libero, che con l’indimenticata Pina, a cui il film è dedicato, in tutti questi lunghi anni hanno tenuto viva la memoria e il valore di quella straordinaria esperienza di opposizione a Cosa nostra. Per fortuna non da soli. L’esempio di Libero Grassi è stato già da subito la ragione per la nascita di numerose associazioni antiracket in Sicilia, Puglia, Calabria, Campania: un esempio che ha portato numerosi imprenditori a testimoniare nelle aule di giustizia contro i propri estorsori e, ahime!, per molti anni non a Palermo. Non a caso il film si conclude con un cammeo dedicato a Pina (una foto con Libero) e agli straordinari ragazzi di Addiopizzo quelli che Pina amava chiamare “i miei nipoti”.

Né Davide né Alice hanno visto il film. Ma sono stati coinvolti in ogni fase della produzione e hanno collaborato ai dialoghi: “Abbiamo incontrato due professionisti con grande sensibilità, il regista e l’autore, con loro abbiamo visto parola per parola, ‘no, questo no, Pina non l’avrebbe mai detto’”. Solo per un pelo Pina non ha letto la prima traccia della sceneggiatura, racconta Alice: “Le avevo lasciato sul tavolo il testo, mamma dice ‘tra poco la leggerò’, era il 7 giugno del 2016, ma non fa in tempo perché un malore improvviso ci priva della sua vita”. Alcune scene sono state girate nella vera casa di Via D’Annunzio dove è stata ricostruita la sala da pranzo come era allora con i mobili originali disegnati dalla stessa Pina, primo tra tutti il tavolo a forma di foglia. E’ stata una scelta obbligata dopo aver escluso la location precedentemente scelta dalla produzione (“Non se ne parla proprio- racconta Alice- C’era un odore che non mi piaceva e non mi convinceva”). Nella sala da pranzo si svolge una scena che forse, dice Alice, non c’è mai stata, ma necessaria per introdurre il contesto familiare: la presentazione del fidanzato Marcello ai genitori. Allora il marito di Alice era un giovane ricercatore universitario, oggi è un affermato docente ordinario ed è il direttore del Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università di Palermo.

Tanto Alice quanto Davide non hanno dubbi sul prodotto. “Tirabassi è molto convincente, è bravo, il messaggio che arriva dal film è forte e chiaro. All’anteprima di Milano, me lo hanno raccontato alcuni amici di cui mi fido ciecamente, alla fine erano tutti con le lacrime agli occhi”, dice Alice. “Certo”, spiega Davide, “si tratta di un film commerciale fatto per il grande pubblico della prima serata domenicale e come ogni prodotto di questo tipo si espone a qualche semplificazione, ma i vantaggi sono sicuramente maggiori e il risultato è positivo”.

Naturalmente un film ha effetti diversi sul comune spettatore e su chi invece si vede interpretato da attori. Non solo: c’è, poi, unadifferenza radicale tra chi osserva e ha osservato, magari condiviso, una storia e chi invece di quella storia porta su di sédolorose cicatrici. Chi legge, e chi questa sera vedrà il film, deve sapere che c’è una caratteristica specifica assai forte della vicenda di Libero Grassi, sia prima sia dopo l’omicidio e che non sempre appartiene a tutte le vittime di mafia. Qui noi abbiamo a che fare con una storia che è stata sempre “collettiva”, nel senso che, e chi li ha conosciuti personalmente lo sa molto bene, Pina, Davide, Alice sono sempre stati una sola cosa, una realtà indissolubile. In tutti questi ventisei anni nella dimensione pubblica sono stati interscambiabili. Poi c’è la sensibilità di ognuno.

Vedersi in un film è come essere davanti ad uno specchio, può consentire di rivedere la propria vita con distacco critico. “Io so solo che rivedo una fase della mia vita molto dolorosa e la sensazione non è per nulla piacevole”, racconta Davide. “Mi viene in mente cos’altro sarei potuto essere, cos’altro avrei potuto fare. Sia nel caso che non ci fosse stato l’omicidio, sia se avessi reagito diversamente”. Davide ricorda la domanda di un giornalista di una TV australiana una diecina di anni dopo l’omicidio del padre: “Fu una domanda fattami in buona fede senza alcun intento polemico: ‘Non sei stanco di fare il testimone della storia di Libero?’ Ecco, questa è una cosa che pesa. A volte penso di essere stato vile, per essermi adattato alla vita che ho fatto in questa città, mi chiedo perché non ho fatto di più. Dopo il 29 agosto tutto diventa più complesso”. 

Ho conosciuto Pina, Alice e Davide il giorno stesso dell’omicidio. Da Capo d’Orlando, dove era nata la prima associazione antiracket, la sera mi precipitai a casa loro. In tutti questi anni nei nostri rapporti abbiamo sempre salvaguardato una soglia di riservatezza. Molte cose, quelle più intime della nostra vita, non c’era bisogno di esplicitarle, erano implicite negli sguardi e negli abbracci. Adesso, per scrivere ho dovuto chiedere, ho dovuto superare quella soglia. Davide ha un tratto raro soprattutto in questi tempi logorroici, è particolarmente parsimonioso nell’uso delle parole, e parlando poco, quando parla le sue “parole sono pietre”. Ad esempio, ieri, nel corso di una riunione di commercianti a Mesagne, sono rimasto colpito quando un socio dell’associazione antiracket, ben 26 anni dopo, parlando del film su Libero Grassi, si ricordava del gesto delle dita a forma di vittoria mentre Davide portava a spalla la bara del padre. Per me sono costantemente nella memoria le poche parole pronunciate ad una settimana dall’omicidio ad un incontro organizzato dai giovani industriali: “Chi paga il pizzo ha pagato i proiettili che hanno ucciso Libero”. “Rimugino continuamente, forse per questo sono portato all’estrema sintesi”.

L’omicidio di una vittima innocente apre sempre una grande ferita nella vita dei familiari. Argomento per nulla facile quello dello stato della ferita. “L’omicidio di mio padre ha scombussolato tutte le mie relazioni con gli altri. Ho provato a gestire il fatto come se la mia vita dovesse durare centinaia di anni. Cinque, dieci, venti anni per fare i conti con il dolore e poi si riprende a vivere. Ma, purtroppo, non è così, non siamo centenari…”. La ferita, si interroga Davide: “Ho costantemente dubbi su non averla chiusa bene, mi dico che forse si sarebbe potuta chiudere meglio”. Alice pensa che la ferita vada tenuta aperta, “l’importante è non farla infettare. Perché dal dolore, come abbiamo provato a fare in tutti questi anni, può venir fuori un messaggio di speranza. Noi abbiamo deciso di portare avanti il messaggio di papà. Libero non è stato ucciso perché si rifiutava di pagare il pizzo, ma perché si era rivolto agli altri imprenditori, voleva avviare la ribellione di tanti ”. Alice non riesce a immedesimarsi nella figlia del film, si guarda con distacco, “l’importante è che il messaggio sia corretto e positivo. L’omicidio di Libero non è una tragedia, ma la nascita di una ribellione”. “La cosa che più mi colpisce- spiega Alice- è vedere papà a Samarcanda (11 aprile 1991). Quello è mio padre vero. E per me quelle immagini sono di oggi”.

Un aspetto della vicenda di Libero Grassi chiama duramente in causa la città di Palermo, i suoi abitanti e, soprattutto, i suoi operatori economici che hanno lasciato Libero in assoluta solitudine. Questo aspetto è parte non secondaria della “ferita”. Un rapporto per nulla facile anche dopo l’indignazione che in tutta Italia è seguita all’omicidio. Davide racconta due episodi accaduti a distanza di un decennio l’uno dall’altro. “Quando abbiamo riaperto la fabbrica, dopo dieci anni, un nostro cliente ci ha raccontato cosa era accaduto nel suo negozio. Quando un signore si trova tra le mani per acquistare un pigiama con il marchio Sigma-nuova va letteralmente in escandescenza, mai e poi mai avrebbe comprato quel prodotto, indifferente al fatto che la sceneggiata si svolgeva alla presenza di altre persone. Questo episodio è un sintomo dell’avversione di un pezzo di città. Solo una piccola percentuale di cittadini tiene alla libertà, per la maggior parte è un valore indifferente, tanto la vita scorre tranquilla lo stesso”. Palermo è sempre stata una città divisa sul nome di Libero Grassi. “Quando muore Pina, nel salone del barbiere dove vado sempre, mentre il garzone mi ha fatto le condoglianze con sinceri sentimenti, il titolare ha fatto finta di nulla. Eppure le condoglianze possono anche essere un gesto banale, probabilmente lì intorno c’era qualcuno che non avrebbe gradito”. Alice rincara: “Il rapporto con la città è stato micidiale. Per 15 anni solidarietà pari a zero. La gente sapeva chi ero e faceva finta di niente. Oggi, per fortuna, è diverso, non mancano persone che incontrandomi mi dicono che la mia famiglia è stata un esempio. Si tratta sempre di una minoranza, ma questo è il dato nuovo della speranza, ed è tanto rispetto al distacco di prima”.

Abbiamo provato a raccontare una famiglia particolare, per nulla comune, raffinati intellettuali e laici. Davide richiama la lezione di Libero e di Pina: “Ci hanno insegnato a vedere ogni evento secondo una prospettiva sociale e politica. Andare sempre oltre la dimensione personale e dare sempre una ragione ai fatti”. Alice mi ha raccontato un episodio che non conoscevo relativamente alla sua vita scolastica dettandomi le parole scritte dal padre per chiedere l’esonero dall’ora di religione: “Prego di voler esonerare mia figlia Alice dall’insegnamento religioso perché credente in altro”. E’ su questo “altro” che si fonda la forza morale di una famiglia e il motivo per cui per tanti di noi Alice, Davide, Pina, Libero continuano a essere un esempio.